Archivio tag: pixies

Toadies

Heretics

Kirtland Records, 2015
avatar

Postato da
il

I wish I could tell you The way that I feel
I know that I failed you
So I make my appeal
I wish I could tell you
What’s on my mind
But my heart won’t let me be so cold
So honest and unkind
Are we still blind
Are we still blind
Chasing our demons and
Feeding the fire inside

a cura di Claudio D’Errico

Con Heretics i Toadies – band modern rock che nel 1994 entrò nelle classifiche USA con Rubberneck – ci portano in Texas.
Si tratta di un album particolarmente acustico, a differenza del loro stile, solitamente più grunge e post punk. Sono presenti sonorità rock alternative. Durante l’ascolto pare quasi di trovarsi su una decapottabile ed attraversare la Ruote 66, fermandosi alle classiche stazioni di rifornimento, nel cuore profondo degli USA.
L’album si apre con il brano In the Belly of a Whale, letteralmente ‘Nel ventre di una balena’. Il titolo ricorda la scena del personaggio di Collodi, Pinocchio, che appunto nel ventre della balena ritrova Geppetto.
Il richiamo pare tuttavia quasi inconsapevole. Nel video dei Toadies, infatti, protagonista è l’immagine di una baraccopoli che si muove nel mare, dentro ad una balena. Ambientazione assurda, all’interno della quale il gruppo musicale suona – prevalentemente in acustica – ed altri personaggi festeggiano e ballano. Non si capisce se barcollino più per le onde o perché sotto effetto dell’alcool.
Nel cd viene coraggiosamente riproposta anche la versione acustica di Possum Kingdom, brano che ha ottenuto in passato un buon successo commerciale.
Tra le tracce si nascondono poi vere e proprie perle musicali, come Rattler’s Revival, con il proprio emozionante crescendo da acustica a versione elettrica distorta.
Un album da scoprire e da gustare che sicuramente piacerà a molti.

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche Head Carrier – Pixies

e leggi anche Oltre il confine – Cormac McCarthy

Leggi tutto ►

Mourn

Mourn

Captured Tracks, 2014
avatar

Postato da
il

Jazz Rodríguez Bueno e Carla Pérez Vas (entrambe cantanti e chitarriste) sono cresciute in Catalogna, a una cinquantina di chilometri da Barcellona, imparando ad amare la vocalità aspra di PJ Harvey e l’indie-rock slabbrato delle Sleater-Kinney – queste ultime ormai pronte a un attesissimo ritorno, a dieci anni dal capolavoro The Woods, di cui vi avevamo raccontato.
Insieme scrivono brani che quasi mai superano i tre minuti e spesso non arrivano nemmeno ai due, con l’impeto e il fastidio moccioso del punk.
Piccolo particolare: le due ragazze hanno diciotto anni appena, così come il batterista Antonio Postius, mentre la bassista Leia Rodriguez (sorella di Jazz) ne ha compiuti quindici, e questo non fa altro che rendere questa musica scorticata ancora più sincera.
Mourn è l’esordio omonimo della loro band e contiene undici brani – segnatevi almeno Your Brain Is Made Of Candy, Otitis, Silver Gold, Marshall e Boys Are Cunts, scritta praticamente sotto la doccia – che in ventitre minuti si sgolano, si sbracciano e dicono quello che devono dire a qualche stupido coetaneo. Con tanta foga che la grande indie label Captured Tracks si è accorta di loro e a febbraio farà uscire questo primo album – che potete già ascoltare qui sotto, per intero.
Il futuro, almeno quello prossimo, sembra decisamente dalla loro parte.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Sheela-Na-Gig – PJ Harvey
Dig Me Out – Sleater Kinney
The Holiday Song – Pixies

Leggi tutto ►

Pixies

Doolittle

4AD, 1989
avatar

Postato da
il

Con l’esordio Surfer Rosa, i Pixies avevano creato praticamente dal nulla uno stile originale, basato su asprezze noise e stralunate melodie pop; con il Doolittle dell’anno successivo il focus si sposta sulle canzoni, mai così immediate e cantabili. Quindici brani su cui si formeranno legioni di musicisti, a partire da Kurt Cobain.
Debaser presenta tutti i tratti tipici della Pixies-song perfetta: basso metronomico, batteria eccitatissima, chitarre slabbrate debitrici tanto del rock alternativo quanto dei sixties. E poi le voci: l’urlo maniacale di Black Francis e i soavi controcanti di Kim Deal (alzi la mano chi non si è innamorato almeno una volta della sua versione giovane) a sputare versi nonsense che citano Luis Bunuel e il suo Un Chien Andalou.
Il miracolo si ripete nei pezzi successivi, dalla melodia cristallina di Wave Of Mutilation alla tensione enfatica che chiude l’album con Gouge Away, dall’ironico giocattolino pop La La Love You alla pura nevrosi declinata di volta in volta con toni hard (No 13 Baby), punk (Crackity Jones), perfino ska (Mr.Grieves) e blues (Silver).
Proprio nel mezzo, quasi nascosti, stanno i due capolavori assoluti della raccolta: Here Comes Your Man, ariosa di chitarre surf e cori sguaiati, e Monkey Gone To Heaven, scura e fascinosa, resa immortale dagli inserti d’archi e dal consueto blaterare di Black, questa volta a tema più o meno religioso (“if man is 5 and the devil is 6, then God is 7”). Una canzone davvero iconica, che offre lo spunto per la splendida copertina e ha finito per rappresentare nell’immaginario collettivo una delle band più influenti di sempre.


Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Sliver – Nirvana
A Good Idea – Sugar
Cannonball – Breeders
Tired Of Sex – Weezer

Leggi tutto ►

McLusky

McLusky Do Dallas

Too Pure, 2002
avatar

Postato da
il

Quando Steve Albini mette le mani sulla produzione di un album si sa che ne verrà fuori un mostro spaventoso e memorabile. E’ il caso di Mclusky Do Dallas, opera seconda di una grande band gallese troppo spesso dimenticata, uscito dodici anni fa, quando indie era già una parola priva di senso che serviva per raccontare dischi quasi sempre insopportabilmente carini e sorridenti.
Qui dentro, invece, niente di tutto ciò: fin dai titoli, ci trovi il ghigno della cattiveria gratuita, del politicamente scorretto, dello sputo sarcastico. Quattordici canzoni formidabili, con il tiro feroce del noise-punk e una sezione ritmica mastodontica, vicina a quella del leggendario Surfer Rosa, travolte dallo scream psicotico di Andy Falkous.
A sorprendere è la qualità melodica di brani ben oltre l’orlo del collasso nervoso, sempre fuori controllo e però capaci di riportare tutto a casa grazie a una scrittura precisa e affilata come un rasoio.
A volte i ritmi rallentano e regalano melodie appiccicose: il caracollare di Collagen Rock, Day Of The Deadringers e Gareth Brown Says, il sussurro di una Fuck This Band da Pavement in una giornata storta, l’inno Alan Is A Cowboy Killer, squarciato dalle convulsioni distorte del ritornello. Ma quasi sempre i Mclusky si abbandonano al puro piacere della distruzione, con anthem che raramente superano i tre minuti, come il terrificante uno-due iniziale Lightsabre Cocksucking Blues/No New Wave No Fun e le nevrosi martellanti di To Hell With Good Intentions (anni dopo ripresa dai Japandroids), What We’ve Learned e The World Loves Us And Is Our Bitch. Per tacere delle micidiali Dethink To Survive e Whoyouknow.
Un capolavoro da disadattati, brutti, sporchi e cattivi. Vivaddio, vien da dire.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Broken Face – Pixies
Boilermaker – Jesus Lizard
Crow – Shellac

…e guarda anche
Kick-Ass – Matthew Vaughn
Django Unchained – Quentin Tarantino

Leggi tutto ►

Altro

Sparso

La Tempesta, 2013
avatar

Postato da
il

è tutto il tempo che non ho, è tutto quello che ho per te

Sul finire del bellissimo libro Our Band Could Be Your Life si racconta una storia: nel Settembre del 1992, a Seattle, i Pearl Jam suonano gratis in un parco, davanti a trentamila fan. Dall’altra parte della città, i favolosi Beat Happening tengono un concerto in un magazzino per centocinquanta persone, senza palco ma con un sacco di banchetti di fumetti.
Ecco, gli Altro fanno pensare a quelle cose lì. Ai fumetti, certo: la chitarra e la voce sono di Alessandro Baronciani, e l’approccio minimale alla composizione (quasi mai, qui, si arriva ai due minuti) ricorda quello di certe fulminanti strip. Ma soprattutto hanno a che fare con lo scegliere da che parte stare, quando si parla di musica scritta e suonata per pura passione, pochi mezzi e molte buone idee.
Sparsi sono i tre Altro: Alessandro, Gianni (basso) e Matteo (batteria) vivono tutti in città europee diverse, distanti; ogni incontro, ogni prova, ogni concerto si fanno sempre più complicati con il passare del tempo e gli impegni, ma forse è proprio la difficoltà a far vivere e luccicare queste tenere fantasie punk.
Sparse sono le canzoni che si trovano nel disco: sedici pezzi arrivano dai quattro 45 giri stagionali pubblicati nel corso degli ultimi anni (Autunno, Estate, Primavera, Inverno); due sono inediti, e tra questi la bellissima Paolo, chiusa perfetta che si tinge di un’eterea malinconia, inedita e sognante.
Sparso è l’album che meglio di qualunque parola racconta cosa siano arrivati a essere oggi gli Altro, tra sfuriate (post-) punk/hardcore (Ti Ricordi?, Ottimismo, Precisamente, Stampa, Sangue) e minime pause acustiche (Spesso, Calcoli), spigoli vivi e dissonanze (Lucia, Ingrandimento, Classe, Rico, Melograno) e melodie pop stralunate (Gattini) e rotonde (Nome, cantata con Erica Terenzi dei Be Forest).
Una raccolta di canzoni capaci di costruire un piccolo mondo a sé, fatte apposta per abbracciarsi e ballare.


Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
Holiday song – Pixies
This ain’t no picnic – Minutemen
Mi ami? – CCCP
Ti ringrazio – Wolfango
Indian summer – Beat Happening

…e leggi anche
Raccolta 1992/2012 – Alessandro Baronciani

Leggi tutto ►

Silence, Exile and Cunning

Exù

Self, 2013
avatar

Postato da
il

Ti voglio dire quello che farò e quello che non farò. Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la chiesa; tenterò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte, quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.

Parole importanti, quelle del Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce, da cui i Silence, Exile and Cunning pescano la propria ragione sociale.
Ed è splendido scoprire all’ascolto che, dietro a tanto concetto, si nascondano quattro ragazzi che, all’imprevedibilità di una scrittura storta e solida, affiancano la levità e la naturalezza di chi suona e compone per pura gioia, azzerando le sovrastrutture di genere.
Sembrano tutti nati da questo stesso feel, gli otto brani che vanno a comporre Exù: trentadue minuti che mostrano orizzonti d’interesse assai ampi e in cui si riconoscono ascolti del guitar-pop britannico del nuovo millennio (l’opener Gods’ Viper Heads), chitarre secche e acuminate da Pixies senza crisi di nervi (Futility) e una cura notevole per le armonizzazioni vocali (il bellissimo finale dell’alt-country di Missolonghi), con qualche puntata nelle distese desertiche dello stoner (Dots’n Borders).
Un bell’intrico sonoro, che però non dimentica mai il gusto per la melodia cantabile e il groove, come accade nella forsennata Dadaistic Vision, in Pladjaktush o nei vortici elettrici di Last, Proximate End.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Talkin’ Gypsy Market Blues – The Coral
Mr. Grieves – Pixies
Fake Tales of San Francisco – Arctic Monkeys
Keep Your Eyes Peeled – Queens of The Stone Age

Leggi tutto ►

Weezer

Weezer

Geffen, 1994
avatar

Postato da
il

Un giorno di primavera, il vento caldo che entra dalla finestra aperta a mettere scompiglio tra fogli, capelli, pensieri.
Questo è l’omonimo esordio dei Weezer, quartetto d’improbabilissimi rocker capeggiati dal formidabile nerd songwriter Rivers Cuomo.
Canzoni che, a quasi vent’anni dall’uscita, non hanno perso un grammo di freschezza; dieci piccoli grandi capolavori power-pop che rielaborano le lezioni alt-rock di Pixies e Nirvana in una micidiale sequenza di melodie killer, che alla solarità dei suoni contrappongono testi incentrati su paranoie da successo e voglia di cose semplici e banali, amori storti e famiglie problematiche.
Indimenticabile sin dai singoli: Buddy Holly, che fa rivivere Happy Days e l’occhialuto genio di Lubbock in un colpo solo; la pigra Say It Ain’t So, chitarra in levare nella strofa e ritornello esplosivo; il vorticare a occhi chiusi di Undone.
E poi la grandiosa apertura di My Name Is Jonas dove a un certo punto, fra le chitarre, s’insinua anche un’armonica impazzita; i punk-pop sparati di No One Else e Surf Wax America; l’abbraccio emo di The World Has Turned And Left Me Here e gli otto minuti dolci ed epici di Only In Dreams.
Un vero miracolo di pop chitarristico, da ascoltare e ascoltare e ascoltare fino a non desiderare altro.
 

 
Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
Gigantic – Pixies
Sliver – Nirvana
When I Come Around – Green Day
Holiday – The Get Up Kids
 
…e leggi anche
Generazione X – Douglas Coupland
 
…e guarda anche
Scott Pilgrim Vs. The World – Edgar Wright
Noi siamo infinito – Stephen Chbosky

Leggi tutto ►