Archivio tag: poesia

Lita Judge

Mary e il mostro

2018, Il Castoro, 311 p.
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SCRIVO

Finché nelle dita si trasmette il dolore
che il mio cuore non riesce più a reggere,

finché le speranze spezzate e il dolore devastante
si fanno un po’ più sopportabili,

finché le parole salvano la mia anima
creando la tua.

Mary e il mostro è un libro che rapisce e incanta.

Tutti conoscono il nome di Mary Shelley, autrice di Frankenstein, ma la protagonista dell’incredibile opera di Lita Judge non è ancora una grande scrittrice.

Mary è un’adolescente dagli occhi grandi e profondi convinta che, nella vita, si debba essere liberi di amare chi si vuole, al di là dei pregiudizi della società.

Per questo, a diciassette anni fugge di casa con il poeta Percy Bysshe Shelley, già sposato con un’altra donna. Per lui, Mary rinuncia a tutto: viene ripudiata dalla sua famiglia, disprezzata da tutti, costretta a vagare da un luogo all’altro senza riposo. Resta aggrappata a quell’idea di amore totalizzante, nonostante si renda presto conto che Shelley è troppo concentrato su se stesso e sulla propria interiorità per legarsi veramente a lei.

L’autrice racconta l’intera vita di Mary Shelley con testi brevi ma carichi di emozione e immagini profondamente evocative. Lascia senza parole il racconto della genesi del famosissimo mostro da lei creato. Una Creatura che incarna il bene e il male di ciascuno di noi.

Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche…
Frankenstein- Mary Shelley
Cime tempestose- Emily Bronte
Jane Eyre- Charlotte Bronte

…e guarda anche…
Bright star- Jane Campion
Becoming Jane- Julian Jarrold
Anna Karenina- Joe Wright
Jane Eyre- Carey Fukunaga

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DisegniDiVersi

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Amo la tua forza segreta
che conservi per l’ultimo minuto
-per rialzare la testa
contrastare il vento –
quando ritorni come da lontano
con un bacio improvviso di saluto.
(Silvia Vecchini)

DisegniDiVersi è una raccolta di piccoli capolavori, nati dall’idea di tradurre brevi poesie in fumetto.

Gli autori Silvia Vecchini e Sualzo, sfruttando le potenzialità di due differenti modalità espressive (il disegno e la parola), sono accomunati dalla capacità di trasformare il più semplice pensiero o gesto quotidiano in pura poesia. Il lettore non può che essere colpito dalla perfetta armonia creata, tanto che è difficile capire se siano nate prima le immagini o i testi.

Il risultato è una pagina che emoziona e coinvolge, in molteplici espressioni di intimità, memoria, affetto.

Partendo dalla medesima idea, gli autori hanno dato vita all’incantevole libro Forse l’amore, pubblicato nel 2017 da Tunué.

Per saperne di più sugli autori:
Silvia Vecchini
Sualzo

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Sarah Crossan

Apple e Rain

2016, Feltrinelli, 269 pagine
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Pensavo che amiche per sempre volesse dire per sempre insieme,
per sempre, per sempre sincere.
Ora so che vuol dire “fin quando”.

Apple ha quasi quattordici anni e da undici vive con la severa nonna detta “Nana”, dopo che sua madre Annie è scappata in America per fare l’attrice, senza lasciare più traccia. Il padre di Apple è sempre stato presente più per salvare le apparenze che per un reale interesse per la figlia. Si è risposato con l’odiosa Trish e stanno per avere un figlio, per cui il tempo che dedica ad Apple è limitato. Apple ha una sola amica, Pilar, che però recentemente la snobba per passare la maggior parte del tempo con la popolare Donna, che nei confronti di Apple è sempre antipatica e velenosa. Un giorno improvvisamente sua madre torna dall’America per riallacciare i rapporti con la figlia, ma ha dimenticato di rivelarle un importante segreto: ha una sorellina più piccola, di nome Rain, che è davvero un po’ particolare e a causa delle scelte a volte irresponsabili di sua mamma, Apple dovrà prendersene cura.
Ad uscire da questa brutta situazione ci pensano un nuovo amico, Del, ed il professor Gaydon che le insegnerà ad esprimere le sue emozioni tramite la poesia.

Ti è piaciuto questo libro?
Allora leggi anche:
Fabio Geda, Anime scalze
Virginia Mac Gregor, Quello che gli altri non vedono
Garcia Kami, La sedicesima luna
Vanessa Diffenbaugh, Le ali della vita

E guarda anche:
Makoto Shinkai, Il giardino delle parole

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Bob Dylan

Highway 61 Revisited

Columbia Records, 1965
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How does it feel,
to be on your own,
with no direction home,
like a complete unknown,
like a rolling stone?

a cura di Daniele Bertazzoli

Uno sparo che echeggia nel silenzio più assoluto.
Quello sparo è il colpo di rullante con cui inizia Highway 61 Revisited, di Bob Dylan: uno degli album più importanti di tutta la storia della musica; il “cuore della trilogia elettrica” di Dylan, iniziata con Bringing it All Back Home e conclusasi con Blonde on Blonde. Grazie a questi tre album l’artista statunitense stravolge tutta la canzone folk popolare, americana e non.
Le tradizioni, la cultura, il modo di pensare di una generazione prima, di molte altre a seguire poi, vengono prese, accartocciate, ingoiate, risputate e modellate a piacimento da Bob Dylan.
Un buon traguardo per una manciata di canzoni!
Dopo il colpo di rullante della batteria, la canzone che ne segue è tra le più famose e riconoscibili di sempre: Like a Rolling Stone, l’ennesima canzone manifesto di Bob; è tutto ciò che un musicista punta a scrivere e a comporre, una delle canzoni che più si avvicinano al concetto di perfezione.
In molti la pensano così, indovinate quale brano è messo in cima alle migliori canzoni di sempre, dalla rivista Rolling Stone?
La seconda traccia, Tombstone Blues, è un proto-punk veloce ed acido; la batteria scandisce il tempo come un vecchio treno a vapore che macina chilometri sulle rotaie. La canzone è infarcita di situazioni ed immagini surreali come “The sun is not yellow, it’s chicken”.
Con le successive due canzoni, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry e From a Buick 6 Bob Dylan si cimenta nel più classico blues in 12 battute, con influenze dai grandi bluesman del delta, uno su tutti Robert Johnson.
‘Ballad of a Thin Man’, dove Dylan si cimenta nel pianoforte, calma le acque e porta l’ascoltatore a riflettere. La canzone è strutturata sulla storia di un “Mr. Jones”, un uomo qualunque. Fermo sulle sue idee, con la mente chiusa, perbenista, che, trovandosi faccia a faccia con dei tipi strani ed alternativi, non riesce a vedere, a capire i cambiamenti che la società a quell’epoca affrontava. Le situazioni e i dialoghi sono un crescendo di stranezze e non-sense, dove Mister Jones è sempre più spaesato, non riuscendo a comprendere cosa accade intorno a lui. “Because something is happening here, but you don’t know what it is. Do you, Mister Jones?”
Queen Jane Approximately è un dialogo, una prova di compassione dell’autore verso una Jane, la cui vita sta prendendo una brutta piega, in crisi con la famiglia e con se stessa.
La struttura della canzone ‘Highway 61 Revisited’ è una delle più strane di sempre: un fischietto suonato da Dylan simile ad una sirena della polizia divide le 5 strofe, dove sono presentati problemi più o meno seri (dall’uccidere il proprio figlio allo sbarazzarsi di stringhe per le scarpe e telefoni che non squillano) tra i vari personaggi, presi anche dalla Bibbia, che si concludono o si risolvono sempre sulla Highway 61.
In Just Like Tom Thumb’s Blues l’autore narra di un incubo ambientato a Juarez dove incontra malattia, prostituzione e degrado, decidendo infine di tornare a New York. Il testo è costellato da influenze della letteratura, da Kerouac ad Edgar Allan Poe.
L’album si conclude con una perla nella discografia dell’autore: Desolation Row. Una poesia più che una canzone, lunga 11 minuti e con 10 strofe senza ritornello, dove Bob Dylan chiama alle armi personaggi dai contesti più disparati, da Cenerentola a Einstein, passando per il Fantasma dell’Opera e T.S Eliot, dando loro storie e personalità che vanno ad intrecciarsi nell’ambientazione creata per questa canzone.
Ed è proprio in quest’ultimo brano che il lirismo di Dylan diventa più che una canzone, si trasforma in poesia, come solo il più grande cantautore di sempre poteva fare.
Questa canzone, come tante altre scritte dal nostro menestrello moderno (Tangled up in Blue, Vision of Johanna, Hurricane) possono spiegare perché gli è stato assegnato il Nobel alla Letteratura.

Perché, in fin dei conti, l’unica differenza tra un poeta ed un cantautore è che, quest’ultimo, sa suonare la chitarra.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blonde on blonde – Bob Dylan
Born to run – Bruce Spingsteen
Cosmo’s Factory – Creedence Clearwater Revival

… vedi anche Io non sono qui – Todd Haynes

e leggi anche
Parole nel vento – Ed. Interlinea
Guida ad alcune pubblicazioni su Bob Dylan – Il popolo del Blues

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LogAloud

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A ben vedere queste sono piccole cose, ma sono piccole cose che possiamo fare tutti, se solo siamo disposti a vedere il bello nel mondo in cui viviamo, e se soprattutto siamo disposti a contagiare chi ci sta attorno con il nostro sguardo estetico.
Il bello può salvarci; il bello può salvare il mondo, perché il bello è accessibile a tutti, se solo si impara a vederlo.
Viviamo nel bello, ricordiamoci che ne siamo degni. O forse, più radicalmente, viviamo il bello, dimostrandoci che ne siamo degni.
(Discorso in difesa dell’arte di Gianluca Bissolati)

Il blog LogAloud, creato da un gruppo di ragazzi del cremasco, nasce con l’idea di dare voce a giovani talenti emergenti, impegnati in qualunque campo artistico.

I suoi ricchi contenuti comprendono poesie, brevi racconti, stralci di romanzi, disegni e pensieri.

Esplorando le pagine del blog è evidente la cura e la passione messa in campo da questi giovani artisti che sono riusciti appieno a crearsi uno spazio ideale in cui esprimere al meglio il proprio talento. La stessa attenzione ai contenuti emerge dalla pagina Facebook.

Al momento gli artisti che si occupano del blog sono Gianluca Bissolati, Juliao Vanazzi, Marco Ognibene, Nicky Mary e Alessandra Gualano.

Per saperne di più:
Blog LogAloud
Pagina Facebook del blog

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Embryo

Embryo

2015
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I am pure hate

Articolo di Michele Provezza

Prendete un poco di Death metal classico (tipo At the gates o Death), aggiungete un po’ di Meshuggah, delle influenze di Slayer e Testament alla Demonic e infine una spruzzata di più recente Death sul modello degli Amon Amarth, mischiate il tutto e, se pensate che un buon risultato possa venire ormai solo dalle desolate terre del nord Europa… beh, avete sbagliato tutto e dovete ricredervi ascoltando gli Embryo.

Il gruppo cremonese, ormai nel circuito da più di dieci anni, ha raggiunto, con l’omonimo EMBRYO (terzo album da studio dopo il demo The source of hate, l’album Chaotic age e il già ottimo No god Slave) la sua maturità stilistica sfornando un album convincente e compatto, estremamente potente e dal grande impatto sonoro.

L’album scorre che è un piacere su una base ritmica di ottimo livello (impreziosita nell’incisione dalla presenza di Francesco Paoli dei Fleshgod Apocalypse), sostenuto dall’impeccabile lavoro delle tastiere (mai troppo invasive) e dai granitici riff di chitarra di Uge Sambasile (storico fondatore). Il tutto a sfornare una sound aggressivo e ormai marcatamente riconoscibile e caratteristico (altra nota di merito del gruppo), sul quale si innestano alla perfezione i sempre più convincenti passaggi vocali growl di Roberto Pasolini (il Pagno).

Se a questo aggiungete dei testi mai banali e una veste grafica e produttiva di ottimo livello, sarà facile capire perché dopo tanti anni di duro lavoro gli Embryo siano stati scelti per accompagnare in tour europeo i Nile e i Suffocation e perché finalmente ci piaccia pensare che i gruppi in Italia siano in grado di essere altro che delle copie sbiadite degli Iron Maiden. Meditate gente, meditate…

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche…
Nile- What should not be unearthed

…leggi anche
Le poesie di Charles Bukowski
Il gabbiano Jonathan Livingston- Richard Bach
Il ritratto di Dorian Gray- Oscar Wilde
Le poesie di Edgar Allan Poe
Dylan Dog. Caccia alle streghe- Tiziano Sclavi e pietro Dall’Agnol

…e guarda anche
Dexter- Serie tv

Segui gli Embryo su

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Ken Loach

Jimmy’s Hall

Gran Bretagna, Irlanda, Francia 2014
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ll nostro è solo uno spazio sicuro in cui possiamo pensare, parlare, ridere, ascoltare, imparare, ballare. Venite a vedere con i vostri occhi cosa stiamo facendo, non abbiatene paura!

Irlanda, anni Venti. Jimmy Gralton ama la musica, la lettura, l’arte. Insieme ad alcuni amici, decide di aprire una sala da ballo nella piccola comunità in cui vive. Un luogo destinato a diventare ben presto molto più che un semplice locale per le danze: gli abitanti del paese vi si recano per leggere poesie, imparare mestieri, stare insieme. Tuttavia, si sa, da sempre il desiderio di emancipazione di alcuni è destinato a scontrarsi con la volontà repressiva di altri, di chi ha interesse a che le cose restino immutate, a proprio vantaggio. Jimmy viene quindi accusato di comunismo e costretto a chiudere il locale. Scappa negli Stati Uniti e torna solo dieci anni dopo. I compaesani gli chiedono di riaprire la sala. Ma ancora una volta i poteri forti (Chiesa e proprietari terrieri) lo ostacoleranno in tutti i modi. Un film che parla di libertà e coraggio, di ideali e sogni, di lotta per i propri diritti, di condivisione, fame di conoscenza e desiderio di leggerezza.

Ti è piaciuto questo film? Allora vedi anche
Il vento che accarezza l’erba – Ken Loach
La parte degli angeli – Ken Loach
Il mio amico Eric – Ken Loach

e leggi anche
The song of wanderin Aengus – W.B. Yeats

 

jimmy

Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Scenografia: Fergus Clegg
Costumi: Eimer Ni Mhaoldomhnaigh
Musiche: George Fenton
Durata: 109′

Personaggi ed interpreti:
Jimmy Gralton: Barry Ward
Oonagh: Simone Kirby
Mossie: Francis Magee
Tommy: Mikel Murfi

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The Velvet Underground

The Velvet Underground

MGM Records, 1969
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If I could make the world as pure
and strange as what I see,
I’d put you in the mirror
I put in front of me.

The Velvet Underground & Nico, nel 1967, rivoluziona la musica del Novecento, dando vita a un universo di perversione e dolcezza a oggi ineguagliato.
Qualche mese dopo, l’oscurità è totale: abbandonato il lato estatico delle ballate della chanteuse Nico, White Light/White Heat dona al mondo un nero pece di pura estetica punk rumorista, sigillato dall’immortale delirio sessuale di Sister Ray.
Comprensibile che le personalità forti del gruppo vengano a scontrarsi: Lou Reed assume definitivamente il controllo della creatura-Velvet, liberandosi dell’anima sperimentale di John Cale. Al suo posto, la faccia pulita di Doug Yule.
Ne nasce un’altra spiazzante meraviglia omonima, The Velvet Underground, che di nuovo coglie di sorpresa e di nuovo spezza il cuore.
Reed mette mano a canzoni che spandono dolcezze amare: Candy Says, il suono degli occhi umidi del risveglio; Pale Blue Eyes, tanto intima che il chitarrista Sterling Morrison ne dirà: “Se io avessi scritto una canzone come quella, non ti permetterei di suonarla”.
Ma c’è tutto ciò che serve per respirare, qui dentro: il rock’n’roll che è solo e soltanto Velvet, ipnosi di chitarre secche e taglienti (What Goes On, Beginning To See The Light); il singolare country-pop di That’s The Story Of My Life, l’amara meditazione di I’m Set Free e la preghiera laica di Jesus; i nove minuti di sperimentazione di The Murder Mystery, con quattro storyline intrecciate, e i due di pura innocenza di After Hours, la voce stonata e dolcissima della batterista Maureen Tucker a guidare una tenera danza.
Inutile, qui, raccontarvi gli inenarrabili capolavori che da questo prenderanno le mosse: le melodie annebbiate del primo R.E.M., il dolore raggomitolato del terzo Big Star.
Quel che conta è il senso di smarrimento ed emozione infinita, vivo a ogni nuovo ascolto.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Big black car – Big Star
Fa Cé-La – The Feelies
Our way to fall – Yo La Tengo
Radio Free Europe – R.E.M.
These days – Nico

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Samuel Benchetrit

Cronache dall’asfalto

Neri Pozza, 2007, 146 pp.
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Il silenzio di periferia è un silenzio diverso: è un silenzio con del rumore.
Ascolta questo silenzio rumoroso e chiudi gli occhi.
I tuoi sogni saranno sempre di asfalto, mio piccolo Bench. Di asfalto e di neon.
Chiudi gli occhi e dormi finalmente.
Sei a casa tua.

Per pianerottoli, scale e vani ascensore: così è organizzata l’umanità descritta in questo bel libro ambientato nella banlieue parigina. La vita della grigia periferia metropolitana viene raccontata attraverso le parole del giovane Samuel e le vicende dei suoi tre amici, Karim, Dedè e Daniel.  Sono istantanee di vita di gente comune, una quotidianeità suggestiva e spietata, intrisa di precarietà e dramma, solidarietà e povertà, ma anche svago e poesia.

Ti è piaciuto questo libro? Allora leggi anche
Kill All Enemies – Melvin Burgess
 
… ascolta anche
I shot the sheriff – Bob Marley
 
…e guarda anche
L’odio – Mathieu Kassovitz
8Mile – Curtis Hanson

 

 

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Jane Campion

Bright star

Gran Bretagna, Australia, Francia, 2009
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Un poeta non è affatto poetico. È la cosa meno poetica nell’esistenza. Non ha alcuna identità. Occupa in continuazione il corpo di un altro: il sole, la luna.

 
Nessuno crede nei sentimenti che uniscono Fanny Brawne e John Keats. Lui è un giovane poeta ancora poco apprezzato, lei una ragazza che cerca indipendenza e affermazione confezionando estrosi abiti. Ma il loro è uno di quegli amori totalizzanti che né le convenzioni sociali né la ragione possono fermare. Il destino di John Keats è però segnato dalla malattia che lo porterà ad una precoce morte. Un film da vedere fino alla fine dei titoli di coda, con i versi del poeta raccontati come fossero la sua ultima dichiarazione d’amore per la ragazza che, per il resto della sua vita, non è mai riuscita a dimenticarlo.
 
Ti è piaciuto questo film? Allora leggi anche…
Le poesie di John Keats
Orgoglio e pregiudizio- Jane Austen
 
…e guarda anche
Becoming Jane- Julian Jarrold
Lezioni di piano- Jane Campion
 

Locandina del film "Bright star" di Jane Campion

Regia: Jane Campion
Sceneggiatura: Jane Campion
Musiche:Mark Bradshaw
Durata: 119′

 

Interpreti e personaggi principali:
Abbie Cornish: Fanny Brawne
Ben Whishaw: John Keats
Paul Schneider: Mr. Brown

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