Archivio tag: post-punk

Propagandhi

Victory Lap

Epitaph,2017
avatar

Postato da
il

God, are you there? It’s me. In the denim jacket
Are you receiving my prayers through the noise and cosmic static?
God, are you there?!
Can you confirm I’m on the right goddamn planet?!

I Propagandhi sono un gruppo melodic punk hardcore canadese che si caratterizza per l’impegno politico che porta avanti con la propria musica fin dalla nascita della band dalla metà degli anni ottanta. Tornano sulla scena a settembre del 2017 con il settimo album album: Victory Lap  (Epitaph), a 5 anni dall’ultimo album studio Failed States  (Epitaph).

Dopo trent’anni di carriera, i Propagandhi, maturati e in ottima forma, ci regalano un punk melodico coinvolgente, con testi sempre molto attuali e in linea con gli avvenimenti contemporanei.
In “Victory Lap” ritroviamo saldi i temi politici e i valori fondamentali che caratterizzano da sempre testi e musica della band canadese. Non manca tuttavia una nuova ventata  di aria fresca e sonorità sperimentali rispetto al passato, dando vita a tracce che spaziano dal pop punk più soft a brani più aggressivi.
Oltre ai testi di denuncia contro  situazioni politiche del momento  e fatti di attualità, ci ritroviamo di fronte a una band che deve iniziare a fare i conti con l’età che avanza con conseguente crescita personale, aprendosi quindi ad argomenti più introspettivi, come nei due pezzi “When All Your Fears Collide” e “Nigredo” dove si affrontano esperienze traumatiche e disperazione esistenziale.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Dead Kennedys – Bedtime for Democracy
NoFx – Punk in drublic
No Use for a Name – The Feel Good Song of the Year

Leggi anche:
La Rabbia – Autori vari, tra cui Zerocalcare e Bambi Kramer
Il gruppo – Joseh O’Connor

Leggi tutto ►

The National

Sleep with the beast

2017, 4AD, Usa
avatar

Postato da
il

You’re sleeping night and day
How’d you do it
Me and I am wide awake
Feeling defeated
I say your name
I say I’m sorry

Settimo disco per il gruppo di Cincinnati. è un lavoro dolente, melodico, livido, suadente e intriso di riflessioni sul senso di essere genitori, figli e compagni di vita. In Sleep Well Beast si riscontra un ruolo importante dell’elettronica, unito a un gusto evocativo quasi da colonna sonora filmica merito dell’impegno del chitarrista Bryce Dressner in questo ambito. Differenza che fa emergere una maturità nuova del gruppo e una possibile svolta futura. E’  un album sull’eterna battaglia che ingaggiamo per non spezzarci. Parla di invecchiare con qualcuno, di quando sei tu a cambiare e non riesci più a riconoscerti. Di vedere il tuo partner trasformarsi proprio nella persona che aveva giurato di non diventare mai. Abbiamo testi sul pericolo di perdersi schiacciati dalla stretta impietosa del lavoro – che non si trova-  e del crescere i figli. Ci mette in guardia dal rischio di svegliarci relitti solitari, incapaci di comunicare con un cuore ormai indurito abituato a stare solo.

Con la sua miscela di post punk, rock, elettronica e glitch pop i National confezionano un disco che entra già  nei grandi classici della musica contemporanea. album che trova nell’equilibrata alternanza fra morbide ballad al piano (Born To Beg, la struggente love story Dark Side Of The Gym) e increspature elettriche (The System Only Dreams In Total Darkness ).  Nella spettrale lullaby Guilty Party i figli vengono presentati come creature alle quali vengono tarpate le ali esattamente come avviene alla canzone lasciandola in uno stato di perenne incoscienza. La bestia del titolo rappresenta il futuro una nuova minaccia a cui non eravamo assolutamente pronti a rispondere, e troviamo il tutto riassunto nella magistrale Day I Die.

Disco da ascoltare e avere assolutamente.

Se ti è piaciuto ascolta anche:

The National -Trouble Will Find Me 

The National – Boxer

Leggi anche:

Richard Ford – Canada

Una specie di solitudine di John Cheever

Guarda anche:

Matt Ross -Capitan Fantastic

Leggi tutto ►

The Police

Outlandos d’Amour

A&M Records/CBS, 1978
avatar

Postato da
il

Welcome to this one man show
Just take a seat they’re always free
No surprise no mystery
In this theatre that I call my soul
I always play the starring role

Album d’esordio della band inglese, Outlandos d’Amour viene pubblicato nel 1978. Caratterizzato da sonorità punk rock e reggae, definisce da subito lo stile del gruppo, che verrà confermato nei dischi successivi. The Police è un trio di musicisti costituito da Sting (basso e voce, che vivrà anche una fortunata carriera da solista), Stewart Copeland (batteria) e Andy Summers (chitarra). Nati nel 1977 e scioltisi (anche se non ufficialmente) nel 1984, i Police si sono distinti come una delle band più grintose degli anni Ottanta. Già in questo primo disco troviamo alcuni dei loro successi, in particolare Roxanne, storia di un uomo che si innamora di una prostituta, che diventerà un pezzo famosissimo. Anche So lonely e Can’t stand Losing You raggiungeranno grande notorietà. All’album seguiranno Reggatta the Blanc, Zenyatta Mondatta, Ghost in the Machine, Synchronicity, che contengono tutti canzoni indimenticabili, tra le quali Message in a Bottle, Walking on the Moon, Don’t Stand So Close to Me, King of Pain, per citarne alcune. Echi punk, ritmi rock, suoni reggae in declinazione bianca, la grande capacità tecnica di Copeland e Summers insieme alla voce acida e ai bei testi di Sting sono gli elementi che hanno permesso alla band di lasciare un segno nella storia del rock.

Ascolta alcuni brani dal disco
Roxanne
So Lonely
Can’t Stand Losing You

Ti è piaciuto?
Allora ascolta anche…
Message in a Bottle – The Police
King of Pain – The Police
Rock the Casbah – The Clash

E leggi anche…
Il gruppo – Joseph O’Connor

Leggi tutto ►

Sherpa Live

Autunno 2014

avatar

Postato da
il

Due anni a organizzare eventi come Il Cielo sotto Milano – serate bellissime, con grande musica a prezzi contenuti – poi la necessità e la voglia di dare al tutto un respiro più ampio e internazionale hanno portato alla creazione di una sezione Live dell’etichetta discografica Sherpa Records.
A questo giro, insomma, i ragazzi hanno fatto le cose ancora più in grande, con un programma autunnale fittissimo di eventi che si terranno nelle consuete locationArci Ohibò e BIKO Milano – con puntate occasionali in altri locali milanesi e probabili sorprese.

Si parte questo giovedì con il dream-pop dei Blouse, ma, cliccando sulla locandina qui sotto, scoprirete una lista di nomi capace, per qualità media e varietà, di fare la felicità di ogni appassionato di musica indipendente: lo shoegaze dei Nothing e il post-punk dei Soviet Soviet; il cantautorato di Marissa Nadler e il synth-pop dei Lust For Youth; l’alternative di Lee Ranaldo, storico chitarrista dei Sonic Youth, e la psichedelia terremotante dei Pontiak. E poi Ought, Raveonettes, Angel Olsen, Fear Of Men e molto altro ancora.

sherpalive

Per farvi conoscere un po’ meglio gli artisti in programma, intanto, vi proponiamo una playlist con oltre venti brani: un buon modo, ci pare, per arrivare pronti a una programmazione che promette di essere memorabile e per star vicini a una realtà che, come tutte quelle che cercano di fare cose belle e importanti, merita incondizionato supporto.

Leggi tutto ►

Soviet Soviet

Fate

Felte, 2013
avatar

Postato da
il

Sorpresa tra le più belle di un’annata, il duemilatredici, che anche in Italia ha regalato grandi e grandissime opere (pensiamo a Simona Gretchen, Fine Before You Came, Baustelle, Fast Animals And Slow Kids, giusto per fare qualche nome), Fate, secondo album dei pesaresi Soviet Soviet resta una vera meraviglia anche a distanza di mesi dalla pubblicazione. Merito innanzitutto di un’estetica musicale precisa e rifinita, maturata nel corso di anni di attività: logico, a pensarci, dato che qui si parla di una band che da tempo si esibisce su palchi d’importanza internazionale.
Ma soprattutto merito di canzoni splendide, classicissime in una proposta che sposa le ritmiche squadrate e i bassi gotici del post-punk a un gran gusto per il wall of sound dello shoegaze. Cattedrali di chitarre effettate e cieli densi, color del piombo; anche la voce di Andrea Giometti si fa puro suono, strumento al pari degli altri cucito perfettamente tra le pieghe delle composizioni.
Duri e veloci, laceranti e melodici come i grandi capolavori del passato su cui sono modellati, i brani condensano malinconie e ansie in strutture perfette e ritornelli istantanei, regalando una mezz’ora che non si dimentica. Tutti i titoli in programma valgono emozioni intense, ma una menzione particolare la guadagnano almeno Ecstasy, le melodie ampie e ariose di Introspective Trip e Gone Fast, le tiratissime 1990 e No Lesson e la chiusa Around Here.
Memorabile e toccante, Fate stringe i pugni in tasca e fa socchiudere gli occhi come di fronte a una luce accecante, di quelle che però non puoi smettere di fissare.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Heartland – The Sound
Just Like Heaven – The Cure
Twenty Four Hours – Joy Division
Captured Heart – Be Forest
Special K – Placebo

Leggi tutto ►

Altro

Sparso

La Tempesta, 2013
avatar

Postato da
il

è tutto il tempo che non ho, è tutto quello che ho per te

Sul finire del bellissimo libro Our Band Could Be Your Life si racconta una storia: nel Settembre del 1992, a Seattle, i Pearl Jam suonano gratis in un parco, davanti a trentamila fan. Dall’altra parte della città, i favolosi Beat Happening tengono un concerto in un magazzino per centocinquanta persone, senza palco ma con un sacco di banchetti di fumetti.
Ecco, gli Altro fanno pensare a quelle cose lì. Ai fumetti, certo: la chitarra e la voce sono di Alessandro Baronciani, e l’approccio minimale alla composizione (quasi mai, qui, si arriva ai due minuti) ricorda quello di certe fulminanti strip. Ma soprattutto hanno a che fare con lo scegliere da che parte stare, quando si parla di musica scritta e suonata per pura passione, pochi mezzi e molte buone idee.
Sparsi sono i tre Altro: Alessandro, Gianni (basso) e Matteo (batteria) vivono tutti in città europee diverse, distanti; ogni incontro, ogni prova, ogni concerto si fanno sempre più complicati con il passare del tempo e gli impegni, ma forse è proprio la difficoltà a far vivere e luccicare queste tenere fantasie punk.
Sparse sono le canzoni che si trovano nel disco: sedici pezzi arrivano dai quattro 45 giri stagionali pubblicati nel corso degli ultimi anni (Autunno, Estate, Primavera, Inverno); due sono inediti, e tra questi la bellissima Paolo, chiusa perfetta che si tinge di un’eterea malinconia, inedita e sognante.
Sparso è l’album che meglio di qualunque parola racconta cosa siano arrivati a essere oggi gli Altro, tra sfuriate (post-) punk/hardcore (Ti Ricordi?, Ottimismo, Precisamente, Stampa, Sangue) e minime pause acustiche (Spesso, Calcoli), spigoli vivi e dissonanze (Lucia, Ingrandimento, Classe, Rico, Melograno) e melodie pop stralunate (Gattini) e rotonde (Nome, cantata con Erica Terenzi dei Be Forest).
Una raccolta di canzoni capaci di costruire un piccolo mondo a sé, fatte apposta per abbracciarsi e ballare.


Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
Holiday song – Pixies
This ain’t no picnic – Minutemen
Mi ami? – CCCP
Ti ringrazio – Wolfango
Indian summer – Beat Happening

…e leggi anche
Raccolta 1992/2012 – Alessandro Baronciani

Leggi tutto ►

The Jesus And Mary Chain

Psychocandy

Wea Records, 1985
avatar

Postato da
il

and I tried and I tried
but you looked right through me
knife to my head when she talks so sweetly
knife in my head when I think of Cindy
knife in my head is the taste of Cindy

Dolci malinconie sixties e puro nichilismo punk, filtrati attraverso la noia tossica della provincia e una spaventosa orgia di elettricità: Psychocandy non è solo l’epocale esordio dei The Jesus And Mary Chain dei fratelli Jim e William Reid, ma anche il disco che riportò a forza nel rock’n’roll un senso fisico di pericolo ed eccitazione, con l’incoscienza dei vent’anni e una violenza che non si sentiva dall’avvento dei Sex Pistols.
Ad aprire le danze il sognante singolo Just Like Honey, uno dei brani più belli dell’intero decennio: Sofia Coppola la farà conoscere a schiere di twenty-something del nuovo millennio, traendone una splendida cartolina per il finale di Lost In Translation; ne coglierà tuttavia solo la pelle romantica, dimenticandone il cuore intriso di dolce perversione.
Poi l’album squaderna un ventaglio di soluzioni che rivelano un ampio spettro sonoro: a un estremo terrificanti colate di feedback e adrenalina (le tiratissime The Living End e In A Hole), all’altro caramelle acustiche degne del giovane Lou Reed e solo apparentemente innocue (Cut Dead, il singolo Some Candy Talking incluso nella successiva stampa in cd); da una parte i Beach Boys centrifugati di Never Understand e My Little Underground, dall’altro spettacolari noise-pop che letteralmente inventano interi sottogeneri (The Hardest Walk, You Trip Me Up e Taste Of Cindy, come ascoltare Blitzkrieg Bop suonata al rallentatore dai Suicide e sommersa da tonnellate di clangori e fischi di ogni foggia). A chiudere, il buco nero di It’s So Hard, unica traccia guidata dalla voce di William Reid che pare emergere dal buio di una stanza senza luce.
Oggi fanno quasi trent’anni dall’uscita di Psychocandy, eppure quel suono di miele e metallo fuso esalta come fosse il 1985. Un’idea di musica, annoiata e incidentalmente geniale, che ha cambiato il corso della storia.
 

Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
You made me realiseMy Bloody Valentine
Here she comes nowThe Velvet Underground
I wanna be your dog – The Stooges
Little Honda – The Beach Boys
 
…e guarda anche
Lost Translation – Sofia Coppola

Leggi tutto ►

Iceage

You’re nothing

Matador, 2013
avatar

Postato da
il

But bliss is momentary anyhow, yet worth living for

New Brigade, nel 2011, aveva fatto gridare al miracolo: dodici brani dall’ossatura post-punk (le stanze oscure di Wire e Joy Division, per citare due modelli piuttosto evidenti) e hardcore, che rivelavano tutto il talento e l’intensità del giovanissimo quartetto danese Iceage.
You’re Nothing, oggi, è quanto di meglio ci si potesse aspettare a conferma di quelle promesse.
Un vetro rotto di fastidio e disgusto, che degenera in nausea più che in rabbia, tutta proiettata verso l’analisi interiore e non verso la società; in questo, lontana anni luce dallo spirito condivisivo e aperto di tanto hardcore americano, cui pure deve molto in termini di suoni e modi.
Più Germs che Minor Threat, insomma, per rimanere da quella parte dell’Oceano.
Una musica che procede per lacerazioni e spasmi, strappi e conati: il ruggito bestiale delle chitarre degli anthem a precipizio It Might Hit First e Rodfæstet, quasi Motorhead nell’assalto ritmico; il terrificante uno-due d’apertura Ecstasy/Coalition, con la vocalità devastata di Elias Rønnenfelt che barcolla frastornata tra estasi e vuoto, desiderio e alienazione.
Come per l’esordio, l’atmosfera è quella ombrosa del Nord Europa ed echi del post-punk si percepiscono fortissimi nei riff taglienti di In Haze e Everything Drifts o nel basso portante di Burning Hand, dove le sei-corde si fanno quasi noise, e nei cori minacciosi e distanti di Wounded Hearts.
A dare la misura della crescita espressiva della band provvedono quelle che un tempo sarebbero state chiusure di facciata del vinile: il divorante inno esistenziale You’re Nothing e la lucente perla nera Morals, melodia infetta di elettricità cadenzata e sparse note di pianoforte, singolarmente ispirata a L’Ultima Occasione, singolo di Mina degli anni ’60, e dimostrazione di quanto romanticismo covi sotto tanta angoscia.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Mr Marx’s table – Wire
Blank generation – Richard Hell & The Voidoids
Transmission – Joy Division
Manimal – Germs

Leggi tutto ►

Joy Division

Unknown Pleasures

Factory Records, 1979
avatar

Postato da
il

And she turned to me and took me by the hand and said,
I’ve lost control again.
And how I’ll never know just why or understand,
She said: I’ve lost control again.
And she screamed out kicking on her side and said,
I’ve lost control again.
And seized up on the floor, I thought she’d die.
She said I’ve lost control.

Il grafico della pulsazione radio di CP1919, la scoperta di uno stato della materia fino ad allora solo ipotizzato: a Peter Saville bastò virarlo al nero su bianco per renderlo icona epocale, perfetta rappresentazione dell’angoscia che si annida nelle dieci tracce dell’esordio dei Joy Division.
La pulsar nasce dopo il collasso di una stella in supernova: questo è Unknown Pleasures, l’ultimo spasmo prima del riposo eterno.
La sezione ritmica lugubre e ossessiva di Peter Hook e Stephen Morris relega sullo sfondo la chitarra di Bernard Sumner, che schiocca frustate e riff ombrosi immersi nell’acido; il perfetto scenario per le declamazioni del ventiduenne Ian Curtis, lucide cronache da una terra oltre l’orlo dell’abisso.
Puoi quasi vederli, gli occhi sbarrati del cantante, mentre Disorder cresce veloce e divorante fino all’esplosione finale, o lungo la processione di Day Of The Lords, i pugni chiusi a un cielo che non ascolta; puoi sentirne il corpo scuotersi mentre il suo timbro gelido narra di una crisi epilettica (She’s Lost Control) o sfinirsi nell’incomunicabilità di un matrimonio infelice in Candidate e nella sonnambula I Remember Nothing; puoi sentire la fredda lama dell’alba che svanisce nello spettro di New Dawn Fades, che trova sé stessa lungo il cammino, o quella di una ricerca infinita di Shadowplay.
Manifesto sonoro ed esistenziale, Unknown Pleasures è ancora oggi un capolavoro post-punk che incendia il cuore, immergendolo nel nero di un’oscurità senza ritorno.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
She Will – The Savages
Hour Of Need – The Sound
A Forest – The Cure
Mushroom – Can
Obstacle 1 – Interpol
 
…e guarda anche
Control – Anton Corbijn

Leggi tutto ►

Savages

Silence Yourself

Matador, 2013
avatar

Postato da
il

and yet if the world shut up, even for a while, perhaps we would start hearing the distant rhythm of an angry young tune and recompose ourselves. Perhaps, having deconstructed everything, we should be thinking about putting everything back together. Silence yourself.

E’ un bianco e nero feroce ad accoglierci nel sospirato esordio delle Savages, nelle loro lande oscure che richiamano alla memoria terribili lacerazioni di un’epoca passata.
Chiunque si accosterà a questi undici meravigliosi brani non potrà che avvicinarli ai piaceri sconosciuti dei Joy Division di Ian Curtis; ma, per quanto ricco di riferimenti alle catacombe e alle cattedrali del post-punk, Silence Yourself sta succedendo qui, sta succedendo ora: il suo mondo è il nostro, perennemente connesso e pronto al collasso, qualcosa che solo passione e dedizione possono rimettere insieme.
La sezione ritmica violenta e ansiosa di Ayse Hassan e Fay Milton è l’asse portante di un impasto sonoro in cui l’elettrica di Gemma Thompson schiocca frustate rumoriste e genera riff di prodigioso impatto; il terreno perfetto per le declamazioni enfatiche di Jehnny Beth, un vibrato guerriero che ricorda tanto Corin Tucker quanto la Patti Smith visionaria degli esordi.
Vivo di una vitalità inesausta, tra una tensione sessuale palpabile e la voglia di annichilire l’indifferenza, Silence Yourself è un nervo scoperto e teso allo spasimo che travolge con ritmi retrattili e imprevedibili (Shut Up, I Am Here, City’s Full, She Will, Husbands) e avvolge i rallentamenti in gotici clangori industriali (Waiting For A Sign, Dead Nature).
Un disco che inizia con un film di John Cassavetes e finisce nell’estasi catartica di Marshal Dear, tra note di pianoforte, un sax commovente e lapilli di elettricità, per una musica che davvero sembra sanguinare davanti ai nostri occhi.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Transmission – Joy Division
Winning – The Sound
Gone Again – Patti Smith
The Fox – Sleater Kinney
Ecstasy – Iceage

Leggi tutto ►