Archivio tag: Punk

Ex Hex

Rips

Merge, 2014
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Un po’ di storia, per cominciare. E quella della cantante e chitarrista Mary Timony comincia da lontano, nella Washington gloriosa degli anni Novanta, con Autoclave e Helium, e prosegue in un decennio successivo costellato di lavori solisti e parecchi altri progetti.
Ex Hex è la sua ultima trovata, una band nuova di zecca con Betsy Right e Laura Harris, arrivata in queste settimane alla pubblicazione di un primo album che sta raccogliendo consensi praticamente ovunque.
Se vi è capitato di vedere al cinema Super 8, uno dei più divertenti summer-movie di questi anni, di sicuro ricorderete le scene notturne in cui i ragazzini si ritrovano per girare un film. A dare un suono a quelle immagini, ambientate nel 1979, ci pensano le fantastiche canzoni pop di Cars e Knack.
Ecco, Rips è quella cosa lì: anni Settanta e spirito ragazzino, melodie power-pop e chitarre sparate, in dodici canzoni micidiali, che non sbagliano un ritornello e tirano in ballo Runaways e Tom Petty, Chrissie Hynde e Joan Jett. Inutile citare le migliori – se obbligati, diremmo Don’t Wanna Lose, Beast, How You Got That Girl e New Kid: qui tutto è perfetto e spettinato al punto giusto, per un disco che sballa e si balla senza sosta. Perfetto per l’estate e destinato a infiammare l’inverno.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Cherry Bomb – The Runaways
Even The Losers – Tom Petty & The Heartbreakers
Bye-bye Love – The Cars
Bad Reputation/I Love Rock’n'Roll – Joan Jett & Foo Fighters

… e guarda anche
Super 8 – J.J.Abrams
La vita è un sogno – Richard Linklater
Kick-Ass – Matthew Vaughn

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The Frowning Clouds

Legalize Everything

Rice Is Nice, 2014
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Si sono incontrati ai tempi del liceo, i Frowning Clouds, e sin dal giorno del diploma non hanno mai smesso di suonare in giro, per puro divertimento.
Cinque ragazzi di Geelong, Australia, ormai al terzo studio album e animati da una passione divorante per gli anni 60: garage-punk e Nuggets, occhiali a specchio e giri di Rickenbacker.

Legalize Everything è un disco semplice e bellissimo, di quelli in cui non sembra esserci molto e invece nascondono tesori: pescando a caso tra i dodici pezzi ci si ritrova a rimirare piccole pepite – una No Blues ironica e tirata per i piedi come una vecchia canzone di Ray Davies, le squillanti Carrier Done e Leopard Print Tint oppure l’uno-due di chiusura con See The Girl e You Do To Me Too, tanto tenere e vivaci nel loro romanticismo svagato.
E poi ci sono certe esplosioni di melodie e colori che durano lo spazio di qualche istante eppure aprono al cielo: succede nella strofa di Move It, così incredibilmente dolce e solare; succede nello stacco che spezza la marcetta circense di Inner Circle. E sono istanti che non ti danno nemmeno il tempo di capire bene cosa stia succedendo, ma ti lasciano lì con il cuore appeso.

I piedi ben piantati nei sixties e la testa fra le nuvole, i Frowning Clouds regalano anche a questo giro una manciata di canzoni adorabili, da tenerci il cuore caldo per giorni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
I Had Too Much To Dream Last Night – The Electric Prunes
Night-Time – The Strangeloves
I’ll Remember – The Kinks
Catamaran – Allah-Las

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Fast Animals And Slow Kids

Alaska

Woodworm, 2014
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ricordatevi di noi fra trent’anni
che avremo bisogno di voi
sarete l’orgoglio di tanti
ma solo un appiglio per noi

Crescono a ogni nuovo passo, i perugini Fast Animals And Slow Kids, ormai uno dei nomi di punta del panorama indie italiano. Crescono e cambiano pelle, con il coraggio e la paura che ogni vera novità porta con sé.
L’attacco di Overture è distantissimo dall’epica ariosa di Un Pasto Al Giorno, che apriva Hybris: arpeggi post-rock narcolettici, una voce distante, stranamente di poche parole. Fino a quando non esplodono le chitarre di Alessandro Guercini, vero centro dell’album, e le cose si fanno più chiare: Il Mare Davanti è un anthem inarrestabile, umore nero e gelida solitudine, reso epico dal predicare invasato di Aimone Romizi. Notte e silenzio assordante, per archi e distorsioni.
Da lì in poi Alaska, da terra desolata, si fa fiume in piena. La gola si gonfia su una sequenza di pezzi che promettono sfracelli anche dal vivo, resi memorabili da liriche che si attardano su passaggi di età, voglia di rintanarsi sotto una coperta e vampate di rabbia: Coperta, appunto, il punk melodico di Calci In Faccia e i pianissimo/fortissimo di Con Chi Pensi di Parlare.
E poi ci sono i rapporti, così difficili da gestire – le ombre lunghe dei genitori, gli amori storti, le dinamiche delle relazioni con i fan.
Alla fine, al di là dei generi – e i ragazzi dimostrano, dietro l’apparente omogeneità stilistica, di saperne padroneggiare parecchi, come attestano gli otto minuti di Gran Final o i due scarsi de Il Vincente, solo piano, voce e magone – quello che davvero colpisce di Alaska è l’intensità che questa band sa donare a ogni singolo passaggio. Qualcosa che ce li farà ricordare, anche fra trent’anni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Glass Boys – Fucked Up
Titus Andronicus – Titus Andronicus
Take Away These Early Grave Blues – Thee Silver Mt. Zion
Color Me Impressed – The Replacements

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Modern Baseball

You’re gonna miss it all

Run For Cover Records, 2014
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I’ll walk home with my eyes low,
dreaming of conversations we’ll have tomorrow,
your loose ends, my new friends,
all the classes in high school we fell asleep in
and now I can hardly close my eyes

C’è questo video che gira su Youtube in cui Jake Ewald suona un’emozionata versione di Coals, il pezzo acustico che chiude l’esordio dei suoi Modern Baseball; ad ascoltarlo, occhi lucidi e sorriso in faccia, ci sono pure i suoi compagni di band. Ecco, i MoBo sono quella cosa lì, una specie di status update sugli anni tra high school e college, personalissimo eppure capace di annullare la distanza tra chi sta sopra e chi sta sotto il palco.
Con il nuovo You’re Gonna Miss It All, i quattro di Philadelphia tolgono un po’ di spigoli alla musica e si concentrano su una scrittura pop ben più sottile della media di genere – il loro emo non è mai inutilmente rumoroso, le chitarre sono intrecciate con cura e all’urlo rabbioso si preferisce un divertito raccontare.
In un’insalata di stili incredibilmente coerente – sentite con quanta naturalezza convivano il punk-pop di Broken Cash Machine e Charlie Black, il trottare indie-folk di Fine, Great e Going To Bed Now, i ripiegamenti acustici di Timmy Bowers e della meravigliosa Pothole – le voci di Jake e Brendan Lukens abbracciano storie di serate storte e giornate a dormire sui libri, storie finite male e lettere d’amore immaginarie.
(Auto)ironici quando serve, ma pure sarcastici e disillusi – si prenda Your Graduation, ad esempio – i Modern Baseball traducono in canzoni belle e bellissime l’ansia del non saper bene che fare e il cuore frullato dei propri vent’anni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Passing Through A Screen Door – The Wonder Years
Falling In Love Again – Joyce Manor
Don’t Hate Me – The Get Up Kids
Hum – Tigers Jaw

…e guarda anche
Scott Pilgrim Vs. The World – Edgar Wright
C’era Una Volta Un’Estate – Nat Faxon, Jim Rash
Community – Dan Harmon

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Do Nascimiento

Giorgio

Flying Kids Records/To Lose La Track, 2014
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torniamo sempre a sudare
in un giugno che pareva non avesse più niente da dire
e invece continua a gasare.

Inizia tutto al principio di maggio, quando i Do Nascimiento, a tre anni dall’EP d’esordio e a due dallo Splittone Paura con Gazebo Penguins e Verme, pubblicano il video di Vecchio: un pezzo da un minuto e spiccioli, con chitarre limpide e rumorose che incrociano un’infinità di cambi di tempo e le gole ad arrossarsi con un testo divertito ed emozionante. E, nel video, tutto il circolo pensionati di Sorgnano a imbracciare bianchini e strumenti mentre i ragazzi urlano.
Un buon punto di partenza per dire delle sei canzoni di questo Giorgio, emo-core fratturato e iper-melodico da cantare come se non ci fosse un domani – o meglio, come se fossimo già a domani e ci stessimo guardando indietro con gli occhi lucidi. Dodici minuti che dall’uscita di luglio non hanno smesso di esaltare e farci sudare; dodici minuti da amare subito e poi scoprire pian piano: tutto suona diretto e immediato, ma anche complesso e stratificato – prendete l’emozione in punta di armonici di Fiato, il fantastico break di Chitarra, gli assalti punk che nel breve volgere di qualche secondo diventano altro.
Ubriachi e lucidissimi, tra una birra in riva al mare e un Estathé a colazione, i Do Nascimiento regalano qualcosa per cui emozionarsi davvero e un disco prezioso, da tenere stretto.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Basil’s Kite – Cap’n'Jazz
Springing Leaks – Algernon Cadwallader
Nevica – Gazebo Penguins

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Rites Of Spring

End On End

Dischord, 1991
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If there’s nothing here then it’s probably mine

La dimostrazione che ogni idea giusta, anche quella più piccola, può essere importante se portata avanti con la necessaria dedizione. Questo erano i Rites Of Spring, la band di Guy Picciotto e Brendan Canty prima dei Fugazi; la band cui si è soliti risalire per dare un’origine all’emo-core, definizione stretta per musicisti che la ritenevano semplicemente un’etichetta priva di senso.
Un nome ripreso da La Sagra della Primavera del compositore russo Igor Stravinskij, una passione divorante che trovava espressione in un hardcore evoluto, melodico e pieno di stacchi e spigoli vivi, intriso di disperazione e rivalsa e suonato con la foga di una liberazione. I testi di Picciotto, commossi e urlati allo sfinimento, traducevano in parole l’epica dei diciott’anni, agitandosi sui vetri rotti di chitarre rumorose e splendenti.
Poco più di un anno di vita, una quindicina di concerti in tutto e tutti nell’area di Washington DC, anche per la spiacevole tendenza della band a sfasciare la strumentazione in preda alla furia dell’esecuzione (succedeva perfino durante le prove). Soprattutto, diciassette brani che costituiscono un repertorio da riscoprire: oltre all’EP All Through A Life, che uscirà solo dopo lo scioglimento della band, l’album omonimo – tra i più belli di sempre per Kurt Cobain – è un’infilata di ruvide gemme, letteralmente travolgente in Spring e Drink Deep, nelle gloriose melodie di For Want Of e All There Is, nel precipizio dei sette minuti di End On End.
Era il 1985, certo, ma queste canzoni, nate per cogliere l’attimo, hanno saputo vincere lo scorrere del tempo e ancora oggi regalano occhi lucidi e fortissime emozioni.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Blueprint – Fugazi
Kid Dynamite – Squirrel Bait
Johnny On The Spot – Texas Is The Reason
Friend To Friend In Endtime – Lungfish

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I Cani

Il sorprendente album d’esordio de I Cani

42 records, 2011
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I critici musicali ora hanno il blog. Gli artisti in circolo al Circolo degli Artisti. I falsi nerd con gli occhiali da nerd. I radical chic senza radical. Nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno. Anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche si occupano di moda. Mentre aspiranti DJ aspirano coca, aspiranti attrici sospirano languide con gli autori tv, gli stagisti alla Fox, i registi di clip. I falliti, i delusi, i depressi, i frustrati. Gli emo riciclati. I gruppi hipster, indie, hardcore, punk, electro-pop. I Cani.

Un progetto che nasce senza un volto, quello de I Cani: le prime canzoni di un autore misterioso – che solo in seguito si rivelerà essere Niccolò Contessa, classe 1986 -, I Pariolini di Diciott’Anni e Wes Anderson, esplodono sul web generando discussioni a non finire, per le schiette modalità con cui viene ritratta la borghesia romana più o meno hipster. Lo stesso buzz mediatico accoglierà i singoli-inno Hipsteria e Velleità, perfetta introduzione a Il Sorprendente Album d’Esordio de I Cani.
Aperti da una programmatica Themes From The Cameretta, i trentasei minuti del disco scorrono tra ritmiche ballabili, tappeti di synth e micidiali ritornelli pop. L’insieme dei testi va a costituire una mappatura affilatissima di un ambiente che Contessa racconta con lo sguardo infastidito ma pure partecipe, empatico: la ragazza di diciannove anni con l’ansia da social e l’anarcoide alto-borghese; le feste con le bariste (che ci provano con te), gli studenti (che ci provano con le bariste) e gli amici scrittori (che valgono quanto due esami); i nichilisti, nerd, radical chic ed emo variamente distrutti che affollano la già citata Velleità.
Un album che svela un autore dotato e sensibile, mai soltanto cinico e anzi spesso capace di mostrarsi intenso e vulnerabile nei molti riferimenti autobiografici (la tenera Il Pranzo di Santo Stefano, la devastante Perdona e Dimentica). E infatti, un paio d’anni dopo, svanito l’hype, Contessa saprà uscirsene con un bel secondo album, Glamour: più pulito nei suoni, sempre personale e coinvolgente nelle liriche. Altre storie, per un’altra manciata di pezzi da mandare a memoria.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Robespierre – Offlaga Disco Pax
La canzone del riformatorio – Baustelle
Con un deca – 883

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Lukas Moodysson

We are the best

Svezia, Danimarca 2013
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- Di’ una sola cosa positiva sulla mia vita
- Sei nella band più forte del mondo!
- Questo è vero, ma è l’unica cosa…
- Hai un’amica cui piaci un mondo e non serve altro!

Tre ragazzine svedesi, primi anni Ottanta. Bobo, Klara ed Hedvig rifiutano il conformismo, la monotonia e la banalità, ma lo fanno a modo loro: senza ribellioni violente o gesti estremi. Adorano la musica punk e le lunghe confidenze al telefono. Non sopportano la mediocrità. Sono arrabbiate.  A scuola si sentono distanti dai compagni, hanno famiglie per lo più assenti.
Ma vivono splendidamente della loro amicizia, con una tenerezza disarmante.
Tratto dalla graphic novel “Aldrig Godnatt” di Coco Moodysson (moglie del regista)  “We are the best” è un film prezioso e divertente.

Ti è piaciuto questo film? Allora vedi anche
The Commitments – Alan Parker
The school of rock – Richard Linklater
La guerra degli Antò – Riccardo Milani

… ascolta anche
Ebba Gron – Schweden Schweden
KSMB – Sex Noll Tva
Akut Skjut – Leva i smyg

e leggi anche La banda dei brocchi – Jonathan Coe

we are tge best

Regia: Lukas Moodysson
Sceneggiatura: Ulf Brantas
Fotografia: Michal Leszczylowski
Durata: 102′

Interpreti e personaggi:
Mira Barkhammar – Bobo
Mira Grosin – Klara
Liv LeMoyne – Hedvig

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Nothing

Guilty Of Everything

Relapse, 2014
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There’s gotta be a place
to escape from the rain
but I can’t find it

Ogni dettaglio, nell’esordio dei Nothing, è ricerca di senso, di una qualche redenzione; la necessità di trovare un motivo per andare avanti nonostante tutto. Lo dicono le parole di Domenic Palermo, cronache da una vita difficile, e un impatto sonoro impressionante, shoegaze/metal che stordisce e in concerto assume i tratti dell’incubo; lo dice quella splendida frase posta in calce al booklet: “A tutte le cose che abbiamo mai odiato. A tutte le cose che abbiamo mai amato. Grazie per aver reso tutto questo possibile”.
A partire dalla carezzevole intro di Hymn To The Pillory (uno dei brani più emozionanti dell’anno), siamo presi per mano e condotti nell’abisso di una psiche sofferente, attraverso le sventagliate indie-punk di Bent Nail e Get Well, l’epica sognante di Endlessly, Somersault e della title-track e l’assordante muro di suono di B&E. Le chitarre sovrastano ogni cosa e rendono la voce un soffio inintelligibile, quasi che le parole di Palermo fossero il sussurro di un uomo solo in una stanza priva di luce.
Di un nero drammatico e luccicante, Guilty Of Everything non inventa nulla di nuovo, ma sa farsi amare per una sequenza di canzoni splendide e un’intensità fuori dal comune, teso alla ricerca della catarsi attraverso un rumore che fa male.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Slowdive – Slowdive
Only Shallow – My Bloody Valentine
Conqueror – Jesu
Dream House – Deafheaven
Mayonaise – Smashing Pumpkins

Scaricatelo gratis e legalmente da MediaLibraryOnLine e, se non sapete di cosa stiamo parlando, correte nella biblioteca più vicina a casa vostra per scoprirlo.

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Pixies

Doolittle

4AD, 1989
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Con l’esordio Surfer Rosa, i Pixies avevano creato praticamente dal nulla uno stile originale, basato su asprezze noise e stralunate melodie pop; con il Doolittle dell’anno successivo il focus si sposta sulle canzoni, mai così immediate e cantabili. Quindici brani su cui si formeranno legioni di musicisti, a partire da Kurt Cobain.
Debaser presenta tutti i tratti tipici della Pixies-song perfetta: basso metronomico, batteria eccitatissima, chitarre slabbrate debitrici tanto del rock alternativo quanto dei sixties. E poi le voci: l’urlo maniacale di Black Francis e i soavi controcanti di Kim Deal (alzi la mano chi non si è innamorato almeno una volta della sua versione giovane) a sputare versi nonsense che citano Luis Bunuel e il suo Un Chien Andalou.
Il miracolo si ripete nei pezzi successivi, dalla melodia cristallina di Wave Of Mutilation alla tensione enfatica che chiude l’album con Gouge Away, dall’ironico giocattolino pop La La Love You alla pura nevrosi declinata di volta in volta con toni hard (No 13 Baby), punk (Crackity Jones), perfino ska (Mr.Grieves) e blues (Silver).
Proprio nel mezzo, quasi nascosti, stanno i due capolavori assoluti della raccolta: Here Comes Your Man, ariosa di chitarre surf e cori sguaiati, e Monkey Gone To Heaven, scura e fascinosa, resa immortale dagli inserti d’archi e dal consueto blaterare di Black, questa volta a tema più o meno religioso (“if man is 5 and the devil is 6, then God is 7”). Una canzone davvero iconica, che offre lo spunto per la splendida copertina e ha finito per rappresentare nell’immaginario collettivo una delle band più influenti di sempre.


Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Sliver – Nirvana
A Good Idea – Sugar
Cannonball – Breeders
Tired Of Sex – Weezer

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