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Royal Blood

Royal Blood

Warner Bros, 2014
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Articolo di Elena Stombelli

Hey Little Monster
I got my eye on you
Where are you going? Where you running to?
Hey Little Monster
You know it’s all okay
I’m gonna love you, no matter what you say
I got love on my fingers, lust on my tongue
You say you got nothing, so come out and get some
Heartache to heartache, I’m your wolf, I’m your man
I say run Little Monster, before you know who I am.

Atmosfere cupe, sound energico e potente che arriva dritto allo stomaco e lascia senza fiato. Quel fiato che si perde immergendosi fin dalle prime note nelle loro canzoni. Ritmi ossessivi e travolgenti che scuotono, in contrasto con testi graffianti ed a tratti intimi ed introspettivi. Un turbinio di sensazioni forti alternate a melodie più leggere e delicate. Una base melodica esclusivamente composta da una basso supportato da amplificatori che fa vibrare ogni cellula sin dal primo ascolto. Tutto questo arricchito da una batteria ed una voce tanto particolare ed unica quanto assolutamente riconoscibile.
Mike Kerr e Ben Thatcher sono gli artefici di tutta questa magia. Due ragazzi apparentemente anonimi sui quali non si scommetterebbe mai vedendoli giù da un palco, eppure con i loro Royal Blood sono stati considerati i “next big thing” della musica britannica. Ammirati da gruppi come Muse, Metallica, Rage Against The Machine, Led Zeppelin ed Arctic Monkeys. Sono stati scelti da questi ultimi per suonare a Finsbury Park ed hanno già calcato palchi di notevole importanza. Inseriti nella lista delle band impedibili del panorama musicale britannico, portano con loro le tracce delle band da cui sono stati influenzati come i Queens of The Stone Age, I Nirvana, Jack White ed i suoi White Stripes.
Singoli come “Little Monster” e “Ten Tonne Skeleton” con i loro riff potenti, ritmi coinvolgenti e freneticamente cupi, sono solo un piccolo assaggio del loro pazzesco album di debutto: Royal Blood, che ha raggiunto il più alto numero di vendite in Gran Bretagna per una rock band debuttante.

Ascolta tre brani tratti dall’album:
Figure it out, Little Monster, Ten Tonne Skeleton

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Queens Of The Stone Age – …Like Clockwork
Jack White – Lazaretto
Nirvana – In Utero

…e leggi anche:
Così è (Se vi pare) – Luigi Pirandello

…e guarda anche:
I bambini di Cold Rock – Pascal Laugier [ VM 14 ]

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Silence, Exile and Cunning

Exù

Self, 2013
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Ti voglio dire quello che farò e quello che non farò. Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la chiesa; tenterò di esprimere me stesso in qualche modo di vita o di arte, quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.

Parole importanti, quelle del Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce, da cui i Silence, Exile and Cunning pescano la propria ragione sociale.
Ed è splendido scoprire all’ascolto che, dietro a tanto concetto, si nascondano quattro ragazzi che, all’imprevedibilità di una scrittura storta e solida, affiancano la levità e la naturalezza di chi suona e compone per pura gioia, azzerando le sovrastrutture di genere.
Sembrano tutti nati da questo stesso feel, gli otto brani che vanno a comporre Exù: trentadue minuti che mostrano orizzonti d’interesse assai ampi e in cui si riconoscono ascolti del guitar-pop britannico del nuovo millennio (l’opener Gods’ Viper Heads), chitarre secche e acuminate da Pixies senza crisi di nervi (Futility) e una cura notevole per le armonizzazioni vocali (il bellissimo finale dell’alt-country di Missolonghi), con qualche puntata nelle distese desertiche dello stoner (Dots’n Borders).
Un bell’intrico sonoro, che però non dimentica mai il gusto per la melodia cantabile e il groove, come accade nella forsennata Dadaistic Vision, in Pladjaktush o nei vortici elettrici di Last, Proximate End.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Talkin’ Gypsy Market Blues – The Coral
Mr. Grieves – Pixies
Fake Tales of San Francisco – Arctic Monkeys
Keep Your Eyes Peeled – Queens of The Stone Age

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Kyuss

Blues For The Red Sun

Dali, 1992
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Un’allucinazione senza fine, un viaggio mentale in un magma di distorsioni brucianti. Blues For The Red Sun dei Kyuss (sigla presa di peso da D&D) di Josh Homme e Nick Oliveri, del rude vocalist John Garcia e del portentoso drummer Brant Bjork : quattro ventenni che incidono un degli album più pesanti dell’intera storia rock, devastando blues, metal e psichedelia al sole cocente del deserto californiano, senza negarsi sognanti oasi di apparente pacificazione (Capsized). Le chitarre ribassate e ipersature generano classici come Thumb (un riff che fa saltare sulla sedia), Green Machine, Thong Song, i trip farmacologici di Freedom Run, Molten Universe e 50 Million Year Trip, la cavalcata a rotta di collo Allen’s Wrench, fino a esplodere nelle urla apocalittiche di una Mondo Generator che tutto ingoia. Un trauma epocale e necessario.
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
Green Machine, Thumb, 50 Million Year Trip
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Queens Of The Stone Age – No One Knows
Thin White Rope – It’s Ok
Black Sabbath – Children Of The Grave

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