Archivio tag: rap

Anastasio

La Fine Del Mondo

Sony, 2018
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“E non ho manco sonno ma se mi alzo torno ad affrontare il mondo / e sono tempi bui, il gioco lo conosco a fondo / sono debole e lui cambia le regole a suo piacimento”

Marco Anastasio in arte Anastasio è il giovanissimo vincitore di X Factor e “La fine del mondo”, nome anche del pezzo inedito che ha portato Anastasio alla vittoria è l’EP che rappresenta il suo esordio discografico sulla scena musicale italiana.

L’EP è composto da sei tracce: 5 inediti e la cover di “Generale” di Francesco De Gregori riletta in chiave personale dal rapper. Il disco si apre con  ”La fine del mondo”, il pezzo principale, totalmente scritto da Marco Anastasio e prodotta dal produttore discografico e rapper italiano Don Joe. Si apre con il piano in sottofondo, ha un bel ritmo nelle strofe, un fraseggio molto articolato, ed un ritornello coinvolgente ed esplosivo. È un pezzo di forte impatto, da parole e suoni forti, dalle atmosfere molto cupe che ricordano a tratti alcuni pezzi del più famoso rapper, sempre giovanissimo, Ultimo.
Nel mini-album troviamo oltre alla già citata  cover di “Generale” di De Gregori reinterpretata da Anastasio, altri quattro brani inediti: “Ho lasciato le chiavi”, “Un adolescente”, “Autunno” (scritta e cantata insieme ai Bowland, gruppo concorrente  incontrato sul palco di X-Factor) e “Costellazioni di kebab”.

Lo sconvolgimento interiore dell’artista trova sfogo in questi 6 brani dove attraverso una grande forza comunicativa, decisa e ribelle  ci narra il punto di vista di un “emarginato”. Una scrittura matura, cruda e di forte impatto se pensiamo che questo ragazzo ha 20 anni.

Ascolta i brani di Anastasio:
La fine del mondo
 Generale
Autunno (featuring Bowland)

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Ernia

68

Island Records - Universal
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Paranoia mia, sai mi chiedo quasi se
Sarei la stessa persona pure senza te
All’alba tu vai via sul mio fondo di caffè
Quando viene sera poi ti corichi con me, eh

a cura di Claudio D’Errico

Ernia, al secolo Matteo Professione, cantante rap milanese, dedica il titolo del suo ultimo lavoro (e del suo singolo piu’ noto) alla linea 68, autobus della ATM, che collega la periferia al centro di Milano.

Di durata inferiore ad un’ora, l’album e’ composto da dodici bei brani, che lasciano tracce sottopelle grazie alla qualità dei testi ed al perfetto amalgama con la musica rap, che sconfina in piu’ di una canzone in vera poesia.
Tra le varie canzoni segnaliamo No pussy, Paranoia mia, Un pazzo, in cui è evidente il richiamo a De Andrè.

Per stile e percorso artistico Ernia si differenzia volutamente dal genere trap, tanto inflazionato di questi tempi, distinguendosi quindi nel panorama del cantautorato italiano.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Lunga vita a Sto – Ghali

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Dutch Nazari

Ce lo chiede l’Europa

Undamento, 2018
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L’economia ha un movimento oscillante, ogni tanto dà un contraccolpo
Come un barcone nel mare con trecento persone a bordo
Qualcuno strilla “Chiudete il porto!”
E intanto suo figlio è in un aeroporto
E ha in una mano un biglietto di solo andata per Toronto
E nell’altra un passaporto

“Ce lo chiede l’Europa”: una frase fatta, un titolo provocatorio per l’ultimo album di Dutch Nazari, cantautore padovano.
Parole con le quali per lungo tempo si è cercato di gestire il malcontento dell’opinione pubblica di fronte a scelte sgradite: una scusa per scrollarsi di dosso la responsabilità politica. E così l’Europa è stata spesso ridotta a capro espiatorio, sminuita nella sua valenza aggregante, di stimolo alla conoscenza reciproca ed allo scambio tra nazioni.

L’album di Dutch Nazari veicola proprio questo messaggio: parla di incertezza, perdita di fiducia nel futuro, contraddizioni, conflitto tra generazioni, ma anche di sogni, ricordi, speranza.
Emozioni e riflessioni presentate attraverso tredici brani: istantanee appese in una bacheca ideale, tutte diverse, alcune allegre, altre acide, altre ancora sfocate e caotiche.

Il genere musicale è hip-hop, rap.

Di grande impatto è il brano di apertura Calma le onde: parole importanti per un messaggio forte.
Bellissima poi la canzone “Girasoli”, dedicata al fratello che vive a Londra: parole di una dolcezza disarmante, molto evocative.
Il brano “Mirò” ci descrive il mondo come un quadro astratto, che pare svelarsi agli occhi del cantante come il luogo in cui tutto è possibile: uno spazio in cui sperare che i propri sogni si realizzino, astratti o concreti che siano.

Ti è piaciuto questo album? Allora leggi anche Generazione Erasmus – Davide Faraldi

e vedi anche L’appartamento spagnolo – Cedric Klapisch

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Twenty One Pilots

Trench

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I am a vulture who feeds on pain

“Io sono un avvoltoio che si nutre di dolore” canta Tyler Joseph in Levitate, ed è questa la chiave di interpretazione dell’album, che ne permea anche la copertina.
Il filo conduttore che lega tutte le canzoni è Clancy, il personaggio protagonista che fugge dalla città immaginaria di Dema, metafora del dolore e della malattia mentale. Infatti il bisogno di fuggire, l’oppressione, il malessere, la rabbia sono elementi ricorrenti in ogni testo delle canzoni.
Se il tema dell’album è molto chiaro e coeso, il genere musicale è quanto di più disparato possa esserci: il pop, il rock, il rap, lo spoken word, il reggae, l’hip-hop, l’elettronica con gli strumenti acustici si alternano e si mischiano, in quello stile che ha reso il duo statunitense così famoso.

Dopo il successo di Blurryface nel 2015 Tyler Joseph e Josh Dun tornano in studio con il loro quinto album, continuando seguendo il loro percorso di disgregazione delle etichette e l’assenza di un vero genere musicale.

Ascolta alcuni brani dell’album:
Jumsuit
Levitate
Nico and the Niners
My blood

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche:
Twenty One Pilots, Stressed Out
Gorillaz, Feel Good Inc

E leggi anche:
S. J. Kincaid, Diabolic

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Frah Quintale

Lungolinea

Undamento, 2018
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E sarò un disperato
E non c’hai mai sperato
Ma sono ancora qui
Se vado a fondo, grazie
Imparo a usar le branchie
Non provate a salvarmi

a cura di Claudio D’Errico

Frah Quintale (al secolo Francesco Servidei, classe 1989) non ama le etichette. E la sua musica di conseguenza non si presta ad essere incasellata in un genere preciso.
Certo siamo nell’orbita del rap, ma più nel dettaglio non si riesce ad andare.
Lui stesso si definisce un artista di “street pop vecchio”.
Che l’approccio alla musica sia sui generis e che da questo artista tanta originalità possa sprigionarsi lo si deduce già dalla modalità con cui è arrivato a comporre “Lungolinea”, l’album di cui qui consigliamo l’ascolto.
“Lungolinea” nasce infatti da una playlist Spotify “work in progress” (come l’ha definita Rockol), avviata nel 2017, all’interno della quale Frah Quintale ha pubblicato canzoni, provini strumentali e messaggi vocali scambiati con gli amici, sottoponendoli al giudizio dei fan, in un continuo confronto.
Forse un nuovo modo di fare musica che prevede un legame più stretto tra ascoltatore ed artista grazie anche alle nuove possibilità tecnologiche.

Tra i brani dell’album segnaliamo Avanti/indietro, in cui i ritmi del pendolare (ben noti a Frah) si ripetono in modo continuo ed ossessivo, fino a far perdere la direzione.

Nei pezzi “Visualizzato.01, 02, 03 e 04″, un mix di musica e messaggi vocali ci permette di spiare nella vita caotica del cantante bresciano, che pare mettersi a nudo in questo album: si tratta di brani divertenti, in cui Frah non nasconde i propri difetti, che all’ascolto paiono quasi divenire pregi.

Le canzoni in “Lungolinea” sono ben 24, ad oggi. Ascoltatele tutte d’un fiato: Frah Quintale vi apparirà come l’amico di vecchia data con cui farsi una birra spensierata sotto casa la sera.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche Polaroid 2.0 – Carl Brave x Franco 126

e vedi anche Scialla! Stai sereno – Francesco Bruni

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Rkomi

Io in terra

Universal, 2017
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E ora che non ti fai più
In giro non ci sei più
Mia madre piange se le sente
Quando stacca dall’ufficio nel suo mp3
Due lettere si incontrano per sempre
Se ci senti fammi un fischio, dai
Non scordarti la pillola
Ci mangiamo le viscere
A vicenda per l’affitto fai
Che non ero in me, sì certo

a cura di Claudio D’Errico

Rkomi, pseudonimo di Mirko Martorana, è un rapper milanese del 1994, nato e cresciuto nel quartiere Calvairate. La popolarità per lui arriva nel 2016 quando pubblica l’EP Dasein Sollen, il cui titolo si richiama a concetti filosofici sull’esistenza, formulati da grandi pensatori (Kant e Heidegger) che in quel periodo il cantante sentiva vicini al proprio vissuto.
Il suo primo album Io in Terra, pubblicato da poche settimane, sta ottenendo un buon successo anche di critica, consentendo al giovane cantautore di inserirsi nel panorama della nuova scena trap italiana.
Ottiene la prima posizione della Classifica FIMI Album e buone recensioni dai critici che lo giudicano un disco colorato e vario e una tra le migliori uscite del 2017, nel genere rap italiano.
Già all’ascolto del primo brano – che dà il titolo all’album – ci si trova spiazzati: è uno stile che pare centrifugare il testo, un sound ardito che fonde trap e jazz, giocando con le parole ed incollandole quasi a caso in un puzzle sonoro.
Allo stesso modo scorrono e lasciano il segno gli altri brani, contraddistinti da una scrittura che sa fondere emozioni e immagini. Rkomi rimane profondamente legato al suo quartiere, al cemento ed ai suoi amici compagni di vita e di viaggio e tutto ciò traspare dai suoi lavori musicali.

Ti è piaciuto questo album? Allora vedi anche L’odio – Mathieu Kassovitz

e leggi anche Acciaio – Silvia Avallone

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Caparezza

Prisoner 709

Universal Music Group - 2017
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And if you call my name, I don’t recognize it. If I look at my face, I don’t recognize it

Sembra un altro Caparezza da quello che, tre anni fa, pubblicava Museica. L’album del 2014 si presentava, già dalla copertina, colorato e pieno di elementi come in un quadro (perfettamente in linea con il concept dell’album), mentre Prisoner 709 si presenta visivamente bicolore, nero e bianco, con Caparezza, dall’espressione enigmatica, chiuso in una gabbia di tubi. Si capisce fin da subito che non è il solito album dell’artista pugliese.
Molto più intimo, reale, chiaramente il frutto di una crisi personale dell’artista. La gabbia è il filo conduttore delle tracce: Michele Salvemini si sente intrappolato nella maschera che indossa, si sente intrappolato in Caparezza. Da qui parte l’autoanalisi, che si dipana nelle canzoni.

L’inizio di Prosopagnosia è il riassunto perfetto per il pensiero che il cantante vuole comunicare: “Qualcosa sta bloccando l’ingranaggio / Siccome immobile, sto sul palco del 5 maggio / Cantavo per fuggire dal mondo in un solo slancio / Ora che cantare è il mio mondo ne sono ostaggio”, e viene ulteriormente rimarcato nella successiva Prisoner 709: “ Io sono il disco, non chi lo canta / Sto in una gabbia e mi avvilisco.”
In Confusianesimo si getta contro le religioni: “Spirituale come Osho con le Rolls Royce / Circola denaro losco come l’offshore / Non so voi, io vado a farmi una religione come Tolstoj”, mentre in Una chiave Caparezza parla con se stesso più giovane e cerca di rincuorarlo e tranquillizzarlo sulle sue ansie e paranoie: “La vita è un cinema tanto che taci / Le tue bottiglie non hanno messaggi / Chi dice che il mondo è meraviglioso / Non ha visto quello che stai creando per restarci”.
In Larsen Caparezza parla dell’acufene che l’ha colpito e che ha segnato l’inizio della sua crisi: “Il suono del silenzio a me manca / Più che a Simon e Garfunkel / Nel cervello c’è Tom Morello che mi manda feedback / Hai voluto il rock? Ora tienilo/ Fino alla fine”.

Alla fine dell’album ritorna il pensiero iniziale: è davvero un album di Caparezza questo?
Certo che lo è. Lo si capisce da Ti fa stare bene: pezzo pop, con un coretto di bambini nel ritornello e melodia che trasmette felicità. Una canzone che messa in mezzo a quest’album stona parecchio. Ma è qui che viene fuori il vero artista che è Caparezza: scrivere e cantare quello che sente. Lui è uno che non si atteggia, fa solo la sua musica: “Canto di draghi, di saldi e di fughe più che di cliché / Snobbo le firme perché faccio musica, non défilé / Sono l’evaso dal ruolo ingabbiato di artista engagé / Questa canzone è un po’ troppo da radio, ‘sti cazzi finché / Ti fa stare bene”.

Quindi si, questo è un eccellente album di Caparezza.

Se ti è piaciuto:
Ascolta anche: Museica - Caparezza

Vedi anche: Cinque giorni fuori – Ryan Fleck e Anna Boden

Leggi anche: Rughe - Paco Roca

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Caparezza

Museica

2014, Universale Music Group
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Museica è il mio museo, la mia musica, il mio album numero 6. [...] È un album ispirato al mondo dell’arte, l’audioguida delle mie visioni messe in mostra. Ogni brano di Museica prende spunto da un’opera pittorica che diventa pretesto per sviluppare un concetto. Non esiste dunque una traccia che possa rappresentare l’intero disco, perché non esiste un quadro che possa rappresentare l’intera galleria. In pratica questo album, più che ascoltato, va visitato.

Il punto focale dell’intero di album è incentrato interamente sulle opere d’arte: Caparezza immagina di accompagnare il suo ascoltatore attraverso le sale di un museo in cui sono esposte le opere d’arte che hanno ispirato le relative canzoni. La parola Museica nasce dalla fusione delle tre parole: museo, musica e sei (perchè questo è il sesto album dell’artista)
La scenografia che ha accomoagnato il relativo tour è stata disegnata dall’artista surrealista Domenico Dell’osso.
Album è nato nei musei ed è stato concepito in maniera quasi inconscia: il propulsore è il museo di Van Gogh. Infatti Mica van Gogh è il primo brano scritto ed è ispirato ad un’opera che lo stesso Van Gogh considerava dedicata al rapporto col padre.
Caparezza inoltre ha dichiarato che per lui i Tagli di Fontana sembrano delle coltellate per questo la canzone Compro Horror ha un senso delittuoso, mentre per China Town si è immaginato della china da cui uscivano le parole della sua prima ballad.
Nell’ottobre 2014 Museica vince la Targa  Tenco come “album dell’anno”,

La prima traccia, Canzone dell’entrata, infatti si presenta coma un vero e proprio benvenuto alla gente che fa la fila per entrare. La canzone è concepita senza ritornello e con un tono dimesso proprio perché è solo un’introduzione al museo vero e proprio.
Le altre canzoni si ispirano alle seguenti opere:

Avrai ragione tu (Ritratto): My God, help Me to Durvive this Deadly Love di Dmitri Vrubel
Mica Van Gogh:  Natura morta con Bibbia di Vincent van Gogh,
Non me lo posso permettere: Tre studi di Lucian Freud di Francis Bacon
Figli d’arte: Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya,
Comunque Dada:  L.H.O.O.Q. di Marcel Duchamp,
Giotto beat: uno dei coretti della Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto
Cover:  Banana di Andy Warhol
China Town: Quadrato nero di Kazimir Severinovič Malevič.
Canzone a metà: varie opere incompiute come i Prigioni diMichelangelo Buonarroti, la Turandot di Giacomo Puccini e Il sogno di Dickens diRobert William Buss,
Teste di Modì: Ritratto di Jeanne Hébuterne di Elmyr de Hory
Argenti vive: Virgil Pushes Filippo Argenti Back into the River Styx di Gustave Doré
Compro horror: Concetto spaziale, attesa di Lucio Fontana,
Kitaro: Hiratsuka di Shigeru Mizuki.
Troppo politico: Il quarto stato  di Giuseppe Pellizza da Volpedo
Sfogati: Testa di tigre di Antonio Ligabue.
Fai da tela: The Little Deer di Frida Kahlo.
È tardi: La persistenza della memoria di Salvador Dalí,

L’album si conclude con Canzone all’uscita, il commiato di Caparezza dopo la visita al suo particolarissimo museo.

In un album concepito come questo, scegliere tre brani da segnalare è veramente difficile. Per questo, questa volta farò un’eccezione e vi sergnalo, rigorosamente in ordine di uscita, i primi tre singoli estratti:

Cover
E’ tardi
China town

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche:
Ivan Graziani, Monna Lisa
Nirvana, Nevermind

E leggi anche:
Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo
Tracy Chevalier, La ragazza con l’orecchino di perla

E guarda anche:
Shawn Levy, Una notte al museo

 

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Casino Royale

Sempre più vicini

Black Out, 1995
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1995 punto è l’anno astrale
E questo è l’equipaggio che continua a cercare
Come fare, come comunicare
Come ti dico dico, devi decodificare il mio messaggio
Che, verso il 2000 resta “pronti al peggio”
E io! e io trasmetto dal secondo medioevo
Bip, bip, capitan Kirk, sono qui, riportami su!
Forme di intelligenza non ne vedo più
Random! Ora ti sto cercando
Se senti il mio messaggio allora sei al mio fianco!

Torno sulla base del pianeta Royale
Sincronizzo tutto sopra il ritmo in levare
Durante questi anni ho visto poco la casa
Ed alcuni di noi si sono persi per strada
Teen – teenager, rock – rockstar
La vita che accompagna la tua musica
La musica accompagna la mia vita
Questa sfida non e’ ancora finita

Rolling Stone Italia inserisce Sempre più vicini nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre, alla posizione 34.
Non si può che essere d’accordo: nella metà degli anno ’90 i Casino Royale hanno gettato le basi per molta, moltissima musica che ascoltiamo tuttora e che abbiamo ascoltato, anticipando e influenzando gran parte della scena musicale italiana.
Questo disco quasi non trova paragoni talmente fa sua la prerogativa della musica: essere lingua universale.
Una miriade di generi sapientemente miscelati passano da una canzone all’altra in un continuum sonoro spaventosamente entusiasmante: reggae velato di elettronica, ska sfumato di trip-hop, rock steady venato di nu-jazz.
Ma. C’è un ma. Non solo musica, ma anche la voce è importante…e allora il ma si vaporizza.
Giuliano Palma e Alioscia Bisceglia sono le voci perfette da accoppiare alle note intessute dal gruppo.
Giuliano dall’avvolgente tono dal sapor di lentezza cadenzata e melodica in contrasto con la sincopata metrica di Alioscia buttata quasi a caso e quindi perfetta al primo colpo.
In definitiva i Casino Royale hanno viaggiato nello spazio-tempo del prima, del durante e del dopo della musica, incuranti di aver creato un piccolo grande capolavoro.

Ascolta tre brani tratti dall’album:
Sempre più vicino, Anno Zero, Pronti al peggio

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Casino Royale
Bluvertigo – Metallo non Metallo
P. J. Harvey – To Bring You My Love
The Smashing Pumpkins – Mellon Collie And The Infinite Sadness

… e leggi anche
Banana Yoshimoto – Andromeda Heights
Jonathan Coe – La banda dei brocchi
David Foster Wallace – Infinite Jest

… e guarda anche
Fulvio Ottaviano – Cresceranno i carciofi a Mimongo
Gabriele Salvatores – Nirvana
Clint Eastwood – Million Dollar Baby

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Drake

Views

Universal, 2016
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You used to call me on my cell phone
Late night when you need my love
Call me on my cell phone
Late night when you need my love
I know when that hotline bling
That can only mean one thing

a cura di Claudio D’Errico 

Aubrey Drake Graham, in arte Drake, è originario di Toronto, in Ontario, dove nasce nel 1986.
Viene avviato al mondo dell’arte sin da piccolo, grazie al padre – batterista – ed alla madre. Terminato il liceo, Drake si approccia con successo alla recitazione. Scopre inoltre il proprio talento musicale, trovando subito uno stile molto personale, particolare ed eclettico.

Views è il quarto album in studio del rapper canadese, pubblicato il 29 aprile 2016 e dedicato alla sua città natale, Toronto.

L’album contiene la hit di successo Hotline Bling, pubblicata oltre un anno fa, grazie alla quale si è fatto conoscere per il suo stile tri-pop.

In questo album Drake si avvale della collaborazioni di altre star del pop come Rihanna (Too Good), Grammys (Future), Pimp C (Faithful), WizKid (One Dance).

Tra i brani è da segnalare quello di apertura, Keep the family close, in cui il rapper pare esplorare nuovi terreni di espressione.
Il percorso artistico di Drake pare ancora in divenire, quasi questo fosse un album “di passaggio”, una tappa nel continuo percorso di trasformazione ed scoperta di stili diversi nell’universo hip-hop.  

Ti è piaciuto questo album?
Allora ascolta anche 8 Mile – Eminem

e guarda anche
La 25° Ora – Spike Lee
8 Mile – Hanson Curtis

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