Archivio tag: shoegaze

Glasvegas

EUPHORIC /// HEARTBREAK \

Columbia, 2011
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Heartbreak, I’m not holding your hand any more
Why can’t you understand?
Euphoria, take my hand
Euphoria

Right time, wrong line
Myself, I’m alien
I swear to god, lies and bad thoughts
1, 2, 3, 4, let go

Ecco i Glasvegas che dalla bruma dell’impavida Scozia riemergono per regalarci il loro secondo album, non da festival della canzone, ma intimistico.
A farla da padrone è “Euphoria, Take My Hand”, pezzo che ti si cuce addosso fino alle ossa, quasi un deliquio sonoro. Da qui parte un’indagine sugli stati d’animo, così complessi, veritieri, brutali e anche personali: ricordiamo che il front-man, James Allan, è passato per un’overdose quasi letale a fine 2009. C’è voglia di rinascita e si sente: si sussegue in una catena ininterrotta di riflessioni, mai smielate, su come coltivare al meglio la vita e affrontando anche il tema dell’omosessualità senza pietismi o déjà vu, ma con imprevedibilità e un’ingenua voglia di fare del bene. Gli undici brani hanno il culmine in Change, pezzo che non rimpiange “quello che è stato ma sarebbe potuto essere”, ma invece rivede gli eventi con equilibrio e slancio verso il futuro. Un album lustrato con U2 e Depeche Mode, che ha una chiara e propria riconoscibilità grazie alle innate capacità canore del cantante, raffinate e ricercate anche quando si scatenano in una galoppata rock.
Insomma, una cernita di emozioni, un sorso di Scottish Pop da godere stesi sull’amaca del nostro vivere migliore.

Ascolta tre brani tratti dall’album
Euphoria, Take My Hand, Whatever Hurts You Through The Night, Change

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Ultravox – A Friend I Call Desire
Cocteau Twins – Heaven Or Las Vegas
Echo & The Bunnymen – With a Hip
The Joy Formidable – Wolf’s Law
The Jesus And Mary Chain – Almost Gold

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Verily So

Islands

V4V Records, 2014
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Partire dalla fine, per raccontare una cosa tanto bella, può sembrare ingiusto. Ma oggi, a pochi mesi dall’uscita di Islands, i Verily So hanno smesso di essere una band, e a noi non resta che celebrare questi otto pezzi, che sviluppano in senso elettrico le intuizioni dell’esordio – che era molto più folk, ma altrettanto memorabile – con le chitarre shoegaze finalmente lasciate libere di saturare lo spazio di rumore, incontaminato.
Sul pulsare scuro della ritmica splende la voce bellissima di Marialaura Specchia, che in diversi episodi si stringe a quella di Simone Stefanini: accade nell’epica Never Come Back e nella suadente Nothing In The Middle; accade in quel piccolo capolavoro di dolcezza – e gelo e calore, insieme – che è Not At All, un’indimenticabile pioggerella di pianoforte.
Il dono dei Verily So per la melodia pop raggiunge il vertice nel battere insistente di To Behold, ma il disco si fa ricordare anche per il lento incendiare di cuori di Cold Hours e Sudden Death e, soprattutto, Islands – sei minuti e poco di malinconie e chitarre vertiginose.
Che dire, ci mancheranno, come tutte le cose fragili e fiere, piccole e forti.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Last Snowstorm Of The Year – Low
Vapour Trail – Ride
Pearly-dewdrops’ Drop – Cocteau Twins

…e guarda anche
Lei – Spike Jonze
Another Earth – Mike Cahill

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Nothing

Guilty Of Everything

Relapse, 2014
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There’s gotta be a place
to escape from the rain
but I can’t find it

Ogni dettaglio, nell’esordio dei Nothing, è ricerca di senso, di una qualche redenzione; la necessità di trovare un motivo per andare avanti nonostante tutto. Lo dicono le parole di Domenic Palermo, cronache da una vita difficile, e un impatto sonoro impressionante, shoegaze/metal che stordisce e in concerto assume i tratti dell’incubo; lo dice quella splendida frase posta in calce al booklet: “A tutte le cose che abbiamo mai odiato. A tutte le cose che abbiamo mai amato. Grazie per aver reso tutto questo possibile”.
A partire dalla carezzevole intro di Hymn To The Pillory (uno dei brani più emozionanti dell’anno), siamo presi per mano e condotti nell’abisso di una psiche sofferente, attraverso le sventagliate indie-punk di Bent Nail e Get Well, l’epica sognante di Endlessly, Somersault e della title-track e l’assordante muro di suono di B&E. Le chitarre sovrastano ogni cosa e rendono la voce un soffio inintelligibile, quasi che le parole di Palermo fossero il sussurro di un uomo solo in una stanza priva di luce.
Di un nero drammatico e luccicante, Guilty Of Everything non inventa nulla di nuovo, ma sa farsi amare per una sequenza di canzoni splendide e un’intensità fuori dal comune, teso alla ricerca della catarsi attraverso un rumore che fa male.

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Slowdive – Slowdive
Only Shallow – My Bloody Valentine
Conqueror – Jesu
Dream House – Deafheaven
Mayonaise – Smashing Pumpkins

Scaricatelo gratis e legalmente da MediaLibraryOnLine e, se non sapete di cosa stiamo parlando, correte nella biblioteca più vicina a casa vostra per scoprirlo.

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Chvrches

The Bones Of What You Believe

Glassnote, 2013
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hide, hide
I have burned your bridges
now I’ll be a gun
and it’s you I’ll come for

A guardarla, la lista delle grandi band uscite da Glasgow è qualcosa che davvero impressiona: dall’indie-pop delle origini di Aztec Camera e Orange Juice, a quello del decennio successivo dei Belle And Sebastian; dai Primal Scream, maestri della fusione tra rock e dancefloor, ai Franz Ferdinand, vero fenomeno di questi dieci anni. E poi Pastels, Vaselines, Blue Nile, Mogwai.
Ma Glasgow, nel 2013, significa soprattutto Chvrches, arrivati in questi giorni a pubblicare l’atteso esordio The Bones Of What You Believe.
Musica pop suadente, nata con il preciso intento di far ballare il pubblico, con i synth e i bassi profondi dei veterani Iain Cook e Martin Doherty a disegnare soundscapes solari e ombrosi a un tempo, su cui si staglia la voce limpida della fascinosa Lauren Mayberry, vero cuore dell’album.
Dodici pezzi zeppi di ganci melodici, un trittico d’apertura travolgente (The Mother We Share, We Sink, Gun) e poi una serie di perle pensate per un airplay radiofonico da sogno (Lies, Recover, Night Sky, Lungs, By The Throat), che vanno a spegnersi nell’eterea marcia verso il tramonto di You Caught The Light.
Gli anni Ottanta di Laurie Anderson, Depeche Mode e Cocteau Twins costituiscono un imprescindibile riferimento per la band, che spesso cita tra le proprie influenze anche la musica da cinema di quel decennio, particolarmente quello horror.
Ma qui piace pensare a questi suoni come alla tempesta perfetta che s’insinua tra i silenzi infiniti e gli sguardi dolci e persi di Carey Mulligan e Ryan Gosling in Drive.
Un’emozione intensa che si muove appena sotto la pelle e sembra non aver bisogno di parole, ma solo di piccoli gesti per incendiare.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
WinterDaughter
We Own The Sky – M83
Enjoy The Silence – Depeche Mode
Heaven Or Las Vegas – Cocteau Twins
 
…e guarda anche
Drive – Nicolas Winding Refn

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Daughter

If You Leave

4AD, 2013
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And if you’re in love, then you are the lucky one
’cause most of us are bitter over someone
Setting fire to our insides for fun
to distract our hearts from ever missing them
But I’m forever missing him

Atteso dopo due interessanti EP, If You Leave è l’album suadente e fascinoso che segna l’esordio sulla lunga distanza di Daughter.
La poesia di Elena Tonra, il suo raggomitolarsi lontano dalle luci, si sposa alla perfezione con la dolcezza di una voce moltiplicata come un canto di sirene, incrinata da un’intensità capace di far male; la sua chitarra e quella del compagno Igor Haefeli disegnano paesaggi sonori rarefatti, ombrosi e lucenti insieme, ravvivati dagli interventi percussivi di Remi Aguilella.
Ne nascono dieci tracce di strabiliante impatto emotivo, un continuum sonoro che è puro incanto, in cui raramente le battute aumentano: accade nell’opener Winter o in Human, l’ossatura di una ritmica circolare e di una chitarra acustica che lasciano alla nuda voce di Elena una chiusura raggelante.
Più spesso i crescendo assumono la forma di un tentativo vano ma necessario di raggiungere le stelle in aperture maestose, a partire dal cuore dell’album, quella Youth che toglie il fiato con una melodia epica e drammatica. Una delle cose più belle ascoltate quest’anno.
E poi, sulla medesima linea, altre meraviglie: Still, parente stretta delle elegie di Soap&Skin, e Touch, vicina ai migliori XX; la coralità di Tomorrow e le reminiscenze folk di Amsterdam, che conducono al finale struggente di Shallows.
If You Leave è il suono di una notte di fine estate, passata sotto un cielo che ci sta stretto, a medicare le ferite di cuori infranti; il racconto della malinconia di occhi troppo timidi per guardare in alto.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
The Wolves (Act I And II) – Bon Iver
Irene – Beach House
Angels – The xx
Cynthia – Soap & Skin
 
…e guarda anche
Blue Valentine – Derek Cianfrance (VM 14)
L’amore che resta – Gus Van Sant

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Deerhunter

Halcyon Digest

4AD, 2010
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only fear can make you feel lonely out here.

Se si volesse raccontare la musica importante di questi anni, fatta di elettricità, sperimentazione e grandi, grandissime canzoni, i nomi di Bradford Cox e dei suoi Deerhunter sarebbero di certo tra gli imprescindibili.
Halcyon Digest è il picco di una produzione di altissimo livello, vero capolavoro che spande manciate di polvere di stelle e sogni a occhi aperti.
Gli effetti delle chitarre di Cox e Pundt disegnano traiettorie aeree, mentre basso e batteria richiamano ipnosi kraut e la voce è la dolce cantilena di un ragazzo addormentato nella stanza a fianco.
Un mondo affascinante e nervoso, concentrato di dream-pop, shoegaze e psichedelia moderna, dove la concisione pop dei momenti più immediati (l’interferenza di Don’t Cry, il jingle-jangle squillante di Memory Boy o la strokesiana Coronado, in cui fa capolino un sax), si affianca a bozzetti in cui pare di vedere la band suonare sul fondo di un acquario (Basement Scene, Helicopter o la commovente Sailing, in cui è facile immaginare Cox nella propria stanzetta, chino sulla chitarra e intento a mormorare qualcosa con gli occhi umidi) e dilatazioni soniche in cui le evoluzioni laterali valgono quanto il centro (l’apertura di Earthquake e il memorabile intrico di arpeggi di Desire Lines).
E, proprio in fondo, il dono più bello: He Would Have Laughed, dedica allo scomparso Jimmy Lee Lindsay Jr., altro grande irregolare dalla storia sfortunata; un ricordo tenero e delicato, sette minuti che sembrano arrivare da un altro mondo e sfiorano il cielo.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Mona Lisa – Atlas Sound
Strangers – Lotus Plaza
Selina’s Melodie Fountain – Serena Maneesh
Shady Lane – Pavement

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Blur

Leisure

Food/EMI,1991
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You’re taking the fun
Out of everything
Making me run
When I don’t want to think
You’re taking the fun
Out of everything
I dont want to think at all

Inizio degli anni ’90: atmosfere stranite che attendono qualcosa di diverso sono sature di giovani uomini che a loro volta attendono di sapere la risposta all’inquietante domanda “Ma cosa ci faccio al mondo?” … ed ecco che arrivano loro, i Blur. E comincia la festa: prende corpo l’irrequietezza del trovarsi di fronte all’altro, la ribellione che si sente in corpo ma che non si sa come esprimere, lo stato d’animo confuso e un po’ annoiato di chi vuole fare, vuole dare e soprattutto vuole essere.
Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree spingono a provarci, loro stanno a guardare: sono lì solo per suonare ed accompagnare la voglia di sbanalizzare la vita di tutti i giorni, così le note prendono spinta, quasi inconsapevole, si fanno motori del cambiamento. Chi meglio della band inglese può raccontarlo?
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
She’s So High, There’s No Other Way, Bang
 
Ti è piaciuto quest’album? Allora ascolta anche:
Oasis – Wonderwall
Supergrass – Ghost Of A Friend
The Verve – Lucky Man
Stereolab – Everybody’s Weird Except Me
 
… e leggi anche
Semiotica, pub e altri piaceri – Alexander McCall Smith
La banda dei brocchi – Jonathan Coe
 
… e guarda anche
Trainspotting – Danny Boyle
Quattro matrimoni e un funerale – Mike Newell

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My Bloody Valentine

m b v

Self, 2013
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Bastano pochi secondi dell’opener She Found Now per essere di nuovo stretti al cuore dalla magia My Bloody Valentine.
Chitarre sognanti e voci soffici come neve arrivano da un passato remoto che suona ancora come il futuro, quel Loveless che nel 1991 segnò un punto di non ritorno per la storia della musica e la band stessa.
MBV non è quell’epocale rivoluzione, non può esserlo; eppure nelle sue nove tracce non sentiamo solo lo straordinario shoegaze che è stato, ma pure quel che di nuovo potrebbe venire da un linguaggio che si pensava irripetibile.
Only Tomorrow, Who Sees You e In Another Way sono puro Shields, un’emozione profondissima con le sei-corde che s’intrecciano proiettandosi ad altezze vertiginose.
Ma sono l’organo paradisiaco di Is This And Yes e le due agili pop-song If I Am e New You a schiudere le porte all’innovazione dell’incredibile dittico finale: il drone di Nothing Is, frastornante figlia dei Loop più radicali, e quella Wonder 2 che entra di diritto fra le loro cose migliori di sempre, sei minuti di pura estasi, un canto astrale di mille chitarre sulle rasoiate di una ritmica drum’n'bass che vale un volo nella stratosfera.
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
She Found Now, Wonder 2, Who Sees You
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Spiritualized – Smiles
Loop – Soundhead
Talk Talk – New Grass
A.R.Kane – When You’re Sad

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Neil Halstead

Palindrome Hunches

Brushfire Records, 2012
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Sono passati tanti anni da quando Neil Halstead era un ragazzo e scriveva canzoni meravigliose per una band meravigliosa, gli Slowdive, la testa persa in una celeste musica delle sfere e gli occhi a fissare la punta delle scarpe.
Sono passati tanti anni, ma quella scrittura di infinita dolcezza sa ancora manifestarsi come un dono prezioso.
Palindrome Hunches è fatto di poco altro che una voce sussurrata e una chitarra arpeggiata, eppure la magia e l’emozione si possono quasi toccare, che si tratti di sublimi elegie (Digging Shelters, Wittgenstein’s Arm, Full Moon Rising), di austere meditazioni acustiche che eguagliano i migliori Nick Drake e Mark Kozelek (Tied To You) o di zuccherini folk-pop (Bad Drugs And Minor Chords, Hey Daydreamer).
Malinconie e tenerezze primaverili, illuminate ancor di più da sbuffi d’archi e pioggerelle di pianoforti innocenti come se a suonarle fosse un bimbo, dentro una vecchia pellicola in bianco e nero.
 
Ascolta tre brani tratti dall’album
Hey Daydreamer, Digging Shelters, Wittgenstein’s Arm
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Nick Drake – River Man
John Martyn – May You Never
Sun Kil Moon – The Moderately Talented Young Woman
Slowdive – Alison
Mojave 3 – Breaking The Ice

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Offlaga Disco Pax

Socialismo Tascabile

Santeria, 2005
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Hai lasciato: piazze piene, urne vuote, tremori gentili, tracce sottili, tracce profonde sugli zerbini dei miei pianerottoli.
Mancano: le tue parole sul niente, il calore bagnato e sporco che avevo, il dispiacermi di non bastare.
Siamo rimasti a guardare un desiderio qualche volta noioso e non sarai mai un’emozione da poco.

Un battito elettronico da due soldi, pigro come una mattina di primavera e un giro di chitarra che in sé racchiude tutta la bellezza e la malinconia di un ricordo; poi la voce di Max Collini, a raccontare un anno scolastico agrodolce, passato nel terrore di un insegnante all’apparenza spietato, tanto da essere soprannominato Kappler.
Le immagini che incontriamo in Socialismo Tascabile creano uno spaccato commosso e tagliente sulla realtà della provincia emiliana socialista degli anni Settanta-Ottanta, che si parli di formazione sentimentale (il valzer robotico di Khmer Rossa) o di rigidi alternativi (Tono Metallico Standard, post-rock rumorista), di amori finiti (l’incalzare ritmico di Enver) e finiti male (DeFonseca) o di chewing-gum fuori produzione (l’ipnotica Cinnamon) e wafer di nicchia rilevati da una multinazionale a simboleggiare la fine di un’epoca (Tatranky, otto minuti drammatici di moog e chitarre sfarinate).
Gli oggetti e i simboli dell’ideologia diventano per gli Offlaga Disco Pax l’unico mezzo per narrare un passato seppellito dal crollare dei muri; canzoni politiche che diventano questioni private e viceversa, e che letteralmente esplodono nell’elenco di citazioni dell’inno electro-punk Robespierre.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
Kappler, Robespierre, Tono Metallico Standard, Tatranky
 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Kraftwerk – The Model
Mùm – Green Grass Of Tunnel
Massimo Volume – Stagioni
CCCP – Io sto bene
Suicide – Dream Baby Dream
 
…e guarda anche…
Good Bye Lenin! – Wolfgang Becker

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