Archivio tag: the velvet underground

Bubblegum Lemonade

Some Like It Pop

Matinèe Recordings, 2013
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E’ l’amore dichiarato per gli arpeggi lucenti di una 12 corde Rickenbacker a muovere il cuore di Lawrence McCluskey, musicista di Glasgow attivo anche negli Strawberry Whiplash, che con Some Like It Pop regala una nuova piccola perla pop a nome Bubblegum Lemonade.
Pochi interventi esterni, giusto qualche amico che presti sognanti backing vocals e consenta di dare ai pezzi una veste adeguata, e poi, premuto il tasto play, si cade in un sogno di scampanellii jingle-jangle e splendide rifrazioni da vari angoli della storia rock: Byrds e Smiths, C86 e Velvet.
Fuori, una copertina che cita esplicitamente Andy Warhol; dentro, dodici brani per trentotto minuti di musica che riconcilia con il mondo e ha il profumo della primavera che rientra dalle prime finestre spalancate.
This Is The New Normal e Have You Seen Faith? si muovono agili sulle cadenze di una batteria irrequieta e il fragrante impasto elettroacustico si accompagna a dolci armonie vocali Beach Boys; It’s Got To Be Summer, puro McGuinn fin dall’attacco, giunge a citare esplicitamente Mr.Tambourine Man nella parte di basso.
Don’t Hurry Baby e First Rule Of Book Club sono elegie che non avrebbero sfigurato nel repertorio più educato dei fratelli Reid, laddove Dead Poets Make Me Smile è Smiths-iana a partire da un titolo ironico e giù fino al bellissimo riff che regge il chorus.
Agli estremi dello spettro sonoro di Some Like It Pop troviamo i riverberi e le dilatazioni di Mr.Dreaming’s Bland House e una Your Valentine che non è difficile immaginare scritta dal Grant Hart più solare; il meglio, però, sta nella melodia ascendente di She Brings The Sunshine, uno di quei momenti perfetti in cui ti rendi conto che cantare una cosa piccola e tenera come “you’re looking good tonight” è semplicemente giusto.


Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Mr.Tambourine Man – The Byrds
Sonic Sister Love – Primal Scream
Ride Into The Sun – The Velvet Underground
Talulah Gosh – Talulah Gosh
Some Candy Talking – The Jesus And Mary Chain

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The Jesus And Mary Chain

Psychocandy

Wea Records, 1985
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and I tried and I tried
but you looked right through me
knife to my head when she talks so sweetly
knife in my head when I think of Cindy
knife in my head is the taste of Cindy

Dolci malinconie sixties e puro nichilismo punk, filtrati attraverso la noia tossica della provincia e una spaventosa orgia di elettricità: Psychocandy non è solo l’epocale esordio dei The Jesus And Mary Chain dei fratelli Jim e William Reid, ma anche il disco che riportò a forza nel rock’n’roll un senso fisico di pericolo ed eccitazione, con l’incoscienza dei vent’anni e una violenza che non si sentiva dall’avvento dei Sex Pistols.
Ad aprire le danze il sognante singolo Just Like Honey, uno dei brani più belli dell’intero decennio: Sofia Coppola la farà conoscere a schiere di twenty-something del nuovo millennio, traendone una splendida cartolina per il finale di Lost In Translation; ne coglierà tuttavia solo la pelle romantica, dimenticandone il cuore intriso di dolce perversione.
Poi l’album squaderna un ventaglio di soluzioni che rivelano un ampio spettro sonoro: a un estremo terrificanti colate di feedback e adrenalina (le tiratissime The Living End e In A Hole), all’altro caramelle acustiche degne del giovane Lou Reed e solo apparentemente innocue (Cut Dead, il singolo Some Candy Talking incluso nella successiva stampa in cd); da una parte i Beach Boys centrifugati di Never Understand e My Little Underground, dall’altro spettacolari noise-pop che letteralmente inventano interi sottogeneri (The Hardest Walk, You Trip Me Up e Taste Of Cindy, come ascoltare Blitzkrieg Bop suonata al rallentatore dai Suicide e sommersa da tonnellate di clangori e fischi di ogni foggia). A chiudere, il buco nero di It’s So Hard, unica traccia guidata dalla voce di William Reid che pare emergere dal buio di una stanza senza luce.
Oggi fanno quasi trent’anni dall’uscita di Psychocandy, eppure quel suono di miele e metallo fuso esalta come fosse il 1985. Un’idea di musica, annoiata e incidentalmente geniale, che ha cambiato il corso della storia.
 

Ti è piaciuto questo disco? Allora ascolta anche
You made me realiseMy Bloody Valentine
Here she comes nowThe Velvet Underground
I wanna be your dog – The Stooges
Little Honda – The Beach Boys
 
…e guarda anche
Lost Translation – Sofia Coppola

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The Velvet Underground

The Velvet Underground

MGM Records, 1969
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If I could make the world as pure
and strange as what I see,
I’d put you in the mirror
I put in front of me.

The Velvet Underground & Nico, nel 1967, rivoluziona la musica del Novecento, dando vita a un universo di perversione e dolcezza a oggi ineguagliato.
Qualche mese dopo, l’oscurità è totale: abbandonato il lato estatico delle ballate della chanteuse Nico, White Light/White Heat dona al mondo un nero pece di pura estetica punk rumorista, sigillato dall’immortale delirio sessuale di Sister Ray.
Comprensibile che le personalità forti del gruppo vengano a scontrarsi: Lou Reed assume definitivamente il controllo della creatura-Velvet, liberandosi dell’anima sperimentale di John Cale. Al suo posto, la faccia pulita di Doug Yule.
Ne nasce un’altra spiazzante meraviglia omonima, The Velvet Underground, che di nuovo coglie di sorpresa e di nuovo spezza il cuore.
Reed mette mano a canzoni che spandono dolcezze amare: Candy Says, il suono degli occhi umidi del risveglio; Pale Blue Eyes, tanto intima che il chitarrista Sterling Morrison ne dirà: “Se io avessi scritto una canzone come quella, non ti permetterei di suonarla”.
Ma c’è tutto ciò che serve per respirare, qui dentro: il rock’n’roll che è solo e soltanto Velvet, ipnosi di chitarre secche e taglienti (What Goes On, Beginning To See The Light); il singolare country-pop di That’s The Story Of My Life, l’amara meditazione di I’m Set Free e la preghiera laica di Jesus; i nove minuti di sperimentazione di The Murder Mystery, con quattro storyline intrecciate, e i due di pura innocenza di After Hours, la voce stonata e dolcissima della batterista Maureen Tucker a guidare una tenera danza.
Inutile, qui, raccontarvi gli inenarrabili capolavori che da questo prenderanno le mosse: le melodie annebbiate del primo R.E.M., il dolore raggomitolato del terzo Big Star.
Quel che conta è il senso di smarrimento ed emozione infinita, vivo a ogni nuovo ascolto.
 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
Big black car – Big Star
Fa Cé-La – The Feelies
Our way to fall – Yo La Tengo
Radio Free Europe – R.E.M.
These days – Nico

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The Black Angels

Indigo Meadow

Blue Horizon, 2013
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Indaco è il colore rassicurante dei campi fioriti del Texas, durante la primavera; ma della serenità evocata dal titolo non si trova molto, nel nuovo album dei fenomenali Black Angels.
Il quartetto di Austin si conferma come la più favolosa realtà psichedelica del nuovo millennio, una realtà in continuo divenire: dalle cattedrali elettriche circolari del monumentale Directions To See A Ghost si è approdati al puro 60’s garage di Phosphene Dream, loro maggiore successo commerciale.
E ora Indigo Meadow, nuovo manifesto psych-rock che spande a piene mani un senso di minaccia incombente, una palude in cui melodie avvolgenti impiegano assai poco a farsi pericolosa ossessione.
La voce tagliente di Christian Bland si innesta su un magma di chitarre fuzzate, organo Sixties e drumming eccitatissimo, in tredici brani da tre-quattro minuti che saturano di colori le casse, tra spettacolari ganci Nuggets-pop (Don’t Play with Guns, The Day, War on Holiday, I Hear Colors), psicotiche esplosioni hard (Evil Things, Twisted Light), pura ipnosi acida (Indigo Meadow, Love Me Forever, Black Isn’t Black) e sterrati notturni in dissolvenza (Holland, Always Maybe).
Da qualche parte tra Roky Erickson e Velvet Underground, il nero fantasma Black Angels prende definitivamente corpo in una delle band più importanti in circolazione.
 

 
Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche
You’re gonna miss me – 13th Floor Elevators
Anemone – The Brian Jonestown Massacre
Next Girl – The Black Keys
 
…e guarda anche
Non è un paese per vecchi – Joel Coen, Ethan Coen
Django Unchained – Quentin Tarantino
 
Scaricate gratis e legalmente i primi tre album dei Black Angels da MediaLibraryOnLine e, se non sapete di cosa stiamo parlando, correte nella biblioteca più vicina a casa vostra per scoprirlo!

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The Doors

The Doors

Elektra Records, 1967
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Come on baby, light my fire
Try to set the night on fire

 

This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end

The Doors: porte spalancate verso un futuro dove la musica è cambiata per sempre. Uno degli esordi più fulminanti, viscerali, furibondi e conturbanti di tutta la storia della musica rock.
E’ un tutt’uno delle anime dei componenti la band: la ruvida poesia estatica della voce di Jim Morrison, le oscure vibrazioni della chitarra di Robby Krieger, le onde fluttuanti ed ipnotiche del tastierista Ray Manzarek, la cassa energica e magmatica del batterista John Densmore.
L’unione di tutti questi elementi è un disco che è un viaggio mentale e psichedelico, dai toni a volte delicati e a volte tremendamente furoreggianti, che alterna momenti dal sapore quasi mistico ad altri di crampi dal sapore infernale.
Un immenso capolavoro che scava dentro il nostro essere e ne fa emergere il lato più nascosto, fondendolo in un’atmosfera come sospesa e cullata da note che resteranno eterne.

 

Ascolta quattro brani tratti dall’album
Break on Through (To the Other Side), Light My Fire, Take It As It Comes, The End

 

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
The Who – My Generation
Grateful Dead – Whiskey In The Jar
The Velvet Underground – Sunday Morning
Jimi Hendrix – Are You Experienced

 

… e leggi anche
Riders on the storm : la mia vita con Jim Morrison e i Doors – John Densmore
Tempesta elettrica – Jim Morrison

 

… e guarda anche
The Doors – Oliver Stone
Easy Rider – Dennis Hopper (VM14)

 

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Wes Anderson

I Tenenbaum

Usa, 2001
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Ogni famiglia ha la sua pecora nera, in questa lo sono tutti

Nessuno dei membri della famiglia Tenenbaum è mai diventato davvero adulto.
Royal non è certo quel che si possa definire un padre modello; le sue frequenti scappatelle hanno mandato a rotoli il matrimonio con la bella Etheline e i tre figli, ex bimbi prodigio, hanno ereditato tutta la sua incostanza.
Chas, persa la moglie in un incidente, è ossessionato per la sicurezza dei figlioletti Ari e Uzi.
Richie ha abbandonato il tennis il giorno in cui la sorellastra Margot, amata in segreto, ha sposato un noiosissimo psicanalista.
Ma quando Etheline vorrebbe risposarsi con l’amico di sempre Henry Sherman, Royal, cacciato a calci dalla porta, rientra dalla finestra, fingendosi malato terminale per ritrovare l’affetto della moglie e dei figli: in una girandola di corse a perdifiato per New York con nipotini mai conosciuti, urla e litigi, scrittori spesso in acido, mentine camuffate da medicinali e improbabili killer a pagamento travestiti da domestici, il piano non si rivelerà un orologio svizzero, ma toglierà polvere e spigoli a sentimenti necessari e puri.
 
Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Rushmore – Wes Anderson
Little Miss Sunshine – Jonathan Dayton, Valerie Faris
Me, You And Everyone We Know – Miranda July
 
…e ascolta anche
Wes Anderson – I Cani
Stephanie Says – The Velvet Underground
Judy Is a Punk – The Ramones
Me And Julio Down By The Schoolyard – Paul Simon
 
Locandina di I Tenenbaum, film di Wes Anderson
Regia: Wes Anderson
Soggetto: Wes Anderson, Owen Wilson
Sceneggiatura: Wes Anderson, Owen Wilson
Fotografia: Robert Yeoman
Musiche: Mark Mothersbaugh
Durata: 109′
 
Interpreti e personaggi principali:
Gene Hackman: Royal Tenenbaum
Anjelica Huston: Etheline Tenenbaum
Gwyneth Paltrow: Margot Tenenbaum
Ben Stiller: Chas Tenenbaum
Luke Wilson: Richie Tenenbaum
Owen Wilson: Eli Cash
Danny Glover: Henry Sherman
Bill Murray: Raleigh St. Clair

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