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Leonard Cohen

Popular Problems

Columbia - Sony Music, 2014
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Articolo di Arianna Mossali

I’m slowing down the tune
I’ve never liked it fast
You wanna get there soon
I wanna get there last
It’s not because I’m old
It’s not the life I led
I always liked it slow
That’s what my mamma said

Silenzio e raccoglimento, parla Leonard Cohen. Ed è dannatamente d’obbligo ascoltare. Perché qui non è solo il poeta (e che poeta) ad avere qualcosa da raccontare, ma in primis l’uomo. E capitemi, se dietro l’uomo c’è una storia di vita difficile da raccontare, il poeta e l’uomo finiscono inevitabilmente per coincidere.
Cohen è uno che, quando si esibisce dal vivo, alla sua rispettabilissima età dà ancora l’impressione di voler strafare. E’ noto per non essersi mai adagiato su un suo “sound” definito, errando instancabilmente tra generi e stili e puntando tutto sulla sincerità e sul parlare al cuore dell’ascoltatore. Si ha quasi l’impressione che, se la musica è istinto e le parole sono ragionamento con se stessi e radicamento delle emozioni, per lui la musica sia una scusa per dire quello che ha da dire. E infatti, le sue composizioni in ‘Popular Problems‘ sono essenziali, minimaliste, ridotte all’osso, quasi dimesse, e spaventosamente intime e universali al tempo stesso. Un ossimoro, ma al quale lui ci ha abituato abbastanza bene.
Alla base di tutto ci sono ritmi rilassatissimi e attese indefinite e ultramondane, quasi a voler gettare uno sguardo ironico sulla quotidiana giostra folle e ridicola fatta di impegni e di corse che tutti ben conosciamo, un’ammiccante esortazione a lasciar fare al Fato (che tanto fa quello che vuole comunque). Attenzione: Cohen non è diventato zen e men che meno si è dimenticato di appartenere al mondo reale. Semplicemente, lui lo guarda dalla sua prospettiva, che è quella di un uomo che si adatta, fluido come acqua, agli spostamenti millimetrici della sua anima.
Slow con le sue tonalità blues è il perfetto esempio di tutto questo; anche in questo album, come di consueto, le atmosfere sono mutevoli, da quelle sofisticate e moderne di Nevermind a quelle country di Did I Ever Love You, al contrappunto tastieristico di A Street; ma è nella semplicità e nella linearità di Almost Like The Blues che il lirismo un po’ burbero di Cohen trova la sua massima esaltazione.
L’idea del destino universale si delinea abbastanza chiaramente dietro questi 9 brani, ma forse non è solo una questione di avanzamento degli anni: ci si percepisce piuttosto un qualcosa che non si sa se definire accettazione, o piuttosto rassegnazione all’impossibilità di vivere serenamente gli anni della sua vecchiaia, senza porsi troppe domande. Forse questo anziano e signorile eroe dei sentimenti, della vita e dell’intelletto ha semplicemente fatto pace col fatto che è inutile lottare contro il bisogno d’amore.

Ascolta tre brani dell’album:
Slow, Did I Ever Love You, Born in Chains

Ti è piaciuto questo album? Allora ascolta anche:
Red House Painters – Red House Painters
Cousteau – Cousteau
Nick Drake – Bryter Layter

… e leggi anche:
David Grossman – Qualcuno con cui correre
Nick Cave – La morte di Bunny Murno
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… e guarda anche:
Tomas Alfredson – Lasciami Entrare
Jim Jarmusch – Solo gli amanti sopravvivono
Joel & Ethan Coen – A proposito di Davis

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Soap&Skin

Lovetune for Vacuum

Play It Again Sam Records, 2009
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Un corpo giace sul pavimento di una stanza buia, mentre un pianoforte tesse la melodia grave e drammatica di Sleep.
E’ così che l’immenso talento di Anja Plaschg si schiude al mondo, una voce che racconta di paure e tormenti, di amore e morte, di gelo e isolamento.
A volte si intravede una speranza tenera e ingenua ed è forse per questo che Cry Wolf, Brother Of Sleep o Mr.Gaunt Pt 1000 sono gioielli che si sciolgono in incantesimi fatati di infinita dolcezza.
Altrove l’ombra ha la meglio e la voce è preda delle ansie più cupe, quasi sepolta nei clangori di Marche Funèbre, fino a strozzarsi nell’urlo raggelato all’apice dell’inquietudine di Spiracle e a tacere in Turbine Womb o nel magma elettronico di DDMMYYYY.
La verità è che basterebbe un solo attimo di Cynthia per capire quanto questa sia musica più grande della vita: l’attimo in cui il pianoforte di Anja, inseguendo i tumulti del cuore, precipita in una cascata di note mentre la voce si inerpica fino a un coro celestiale per poi cadere prostrata in un dolce sonno.
 
Ascolta quattro brani tratti dall’album
Sleep, Cry Wolf, Spiracle, Cynthia
 
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Perfume Genius – Dark Parts
Tim Hecker – Chimeras
Cat Power – I Don’t Blame You
 
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Lasciami Entrare – Tomas Alfredson

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Tomas Alfredson

Lasciami Entrare

EFTI, 2008
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Oskar: “Sei un vampiro?”
Eli: “Ti piaccio lo stesso?”

Non c’è giorno in cui Oskar, biondissimo dodicenne, non venga maltrattato dai compagni di classe, che si mostrano sempre più spietati aguzzini.
Ma un giorno è diverso dagli altri, e tutto cambia : è il giorno in cui conosce Eli, una misteriosa nuova vicina di casa che non si concede mai alla luce del sole e si palesa solo la notte.
Eli nasconde un segreto : deve uccidere per poter vivere e nessun altro può conoscere questa verità al di fuori di Oskar, l’unica persona di cui possa fidarsi.
Entrambi impareranno a voler bene e a lasciar entrare nelle proprie vite altre vite.
Lasciami Entrare è un mare rosso che colora di passioni una neve che tutto ricopre.
 
Ti è piaciuto questo film? Allora guarda anche
Blood Story – Matt Reeves (remake americano)
 
…e leggi anche
Skellig – David Almond
 
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Leonard Cohen – Avalanche
 
Locandina di Lasciami Entrare, film di Tomas Alfredson
Regia: Tomas Alfredson
Soggetto: John Ajvide Lindqvist
Sceneggiatura: John Ajvide Lindqvist
Musiche: Johan Söderqvist
Fotografia: Hoyte Van Hoytema
Durata: 114′
 
Interpreti e personaggi
Kåre Hedebrant: Oskar
Lina Leandersson: Eli
Per Ragnar: Håkan
Henrik Dahl: Erik
Karin Bergquist: Yvonne
Peter Carlberg: Lacke
Ika Nord: Virginia
Mikael Rahm: Jocke

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